Gran Galà Roma 2018

L’edizione 2018 del Gran Galà ha confermato la tendenza già evidenziata dall’ultima edizione della mostra per così dire concorrente, quella di svolgimento dicembrino, riguardante l’aumento per il numero degli espositori.

Così per l’occasione l’area espositiva è praticamente raddoppiata, andando a occupare, almeno nelle attese, anche le salette dello Sheraton 2, oltre a quelle consuete dello Sheraton 3.

All’atto pratico si è verificato che alcune sale sono rimaste chiuse in entrambe le “ali” della manifestazione, il che ha fatto pensare che forse una collocazione unica sarebbe stata possibile, rendendo meno dispersiva la distribuzione degli espositori.

In sostanza, chi è rimasto nella collocazione classica della mostra si è trovato alquanto decentrato rispetto alla zona “nuova”, dove si è concentrata la maggior parte delle salette.

In ogni caso i visitatori sono stati numerosi in entrambe le aree espositive, ingrediente necessario per il successo del Gran Gala 2018.

 

Due simpatici assistenti hanno accolto e indirizzato verso i parcheggi i visitatori della mostra.

Data la forza dell’abitudine ho iniziato la mia visita nel settore già noto, quello che negli anni passati ha ospitato la totalità della mostra. In esso hanno spiccato soprattutto lo stand Capecci Audio e quello in cui è stato esposto, finalmente non in forma statica, il giradischi Blackstone di Audio Silente, che spero di avere presto a disposizione per un’indagine più approfondita.

Capecci come al solito ha offerto una delle sonorità più convincenti, in particolare per la sua capacità di andare oltre i limiti generalmente evidenziati dai sistemi di alto e altissimo di gamma. L’impianto è quello già noto, esposto all’ultima edizione del Roma High Fidelity, ulteriormente raffinato con interventi di dettaglio.

Purtroppo è stato possibile apprezzare soltanto a sprazzi le sue qualità soniche, ovverosia negli istanti in cui ha inviato ai diffusori Jane Maurice un segnale che non ponesse in evidenza la loro messa a punto migliorabile, rivelatasi in maniera piuttosto evidente.

In particolare alle frequenze medie e medio alte, e poi per quanto concerne l’allineamento della gamma bassa, apparsa fin troppo generosa in alcune sue porzioni e in definitiva non in linea con le attese di rigore tipiche della clientela che di solito si rivolge a prodotti di questo livello.

Non entro nel merito dell’estetica, per quanto debba confessare che prima ancora di poterli ascoltare il dubbio riguardante la possibilità concreta di un loro inserimento in ambiente domestico sia venuto fin quasi istintivo.

 

La saletta Capecci – Jane Maurice

Un dubbio identico ha riguardato la versione aggiornata dei diffusori dello stesso marchio, già mostrati al pubblico lo scorso Dicembre, presenti nella saletta in cui il giradischi Audio Silente ha fatto da protagonista.

Il tentativo di dire qualcosa di nuovo al riguardo merita apprezzamento, a patto che non si sconfini nell’autoreferenzialità.

Nella loro attuale veste cromatica i diffusori Jane Maurice esposti nello stand Capecci – Audiosilente ricordano i blocchetti di legno colorati dei giochi di costruzioni della mia infanzia.

Con i dischi giusti il Blackstone ha dimostrato ancora una volta le sue prerogative d’eccellenza, che già mi è stato possibile rilevare in altre occasioni. Le elettroniche erano ancora una volta Capecci Audio, in questo caso a stato solido, tranne il pre phono misto a transistor + valvole.

Il Blackstone Audiosilente con a fianco il pre phono Capecci. Sul ripiano inferiore si nota l’unità di controllo per la velocità di rotazione.

Nella saletta Sigma Acoustic operavano i diffusori omonimi, dall’aspetto imponente. Purtroppo nel momento della mia visita ho potuto apprezzare una sonorità alquanto priva di vitalità e fin troppo abbottonata sui registri superiori. Anche l’altezza del fronte non era particolarmente entusiasmante, il che è andato a detrimento del realismo della riproduzione, per quanto mi riguarda irrinunciabile per impianti di impegno simile.

Come sempre in questi casi mi sono riservato di effettuare una seconda visita in una fase successiva, che però stavolta non ha dato l’esito sperato, per l’inadeguatezza del programma riprodotto.

Evadere dalla gabbia fin troppo costrittiva delle solite registrazioni audiophile è un obiettivo meritevole di essere perseguito, fermo restando che la qualità di quanto le sostituisce non dovrebbe essere tale da penalizzare le caratteristiche del prodotto esposto, anche se dal punto di vista artistico si tratta di materiale inappuntabile.

Del resto quello delle registrazioni, della loro scelta spesso opinabile e dal livello artistico in genere del tutto subalterno rispetto alle necessità tecniche della dimostrazione è un altro tra i numerosi punti dolenti tipici delle fiere di settore.

Forse un pochino di amore per la musica in più, che dovrebbe sempre mantenere un rilievo prioritario rispetto al mezzo di riproduzione, insieme alla convinzione che più di colpire l’appassionato al basso ventre con la maggiore violenza possibile si potrebbe provare a emozionarlo, renderebbe le dimostrazioni tipiche delle mostre di hi-fi avvenimenti più godibili, efficaci per i loro scopi e forse anche di richiamo maggiore per il pubblico formato dai non adetti ai lavori.

Si eviterebbe quantomeno di offrire il destro alle prese di posizione di personaggi alla Alan Parsons e agli strumentalizzatori in perenne ricerca di pretesti che gli vanno appresso. Si dovrebbe cercare insomma di non ridurre la musica a strumento destinato al godimento delle caratteristiche dell’impianto. Valutando la questione sulla base di certi esempi, purtroppo, riesce difficile trovare gli argomenti necessari al riguardo.

La saletta Linn ha messo in evidenza ancora una volta la difficoltà dei prodotti in essa presenti nel dar vita a una riproduzione coinvolgente e realistica. Malgrado in essa operasse un giradischi Sondek in versione particolarmente raffinata: forse è stato il resto a non essere alla sua altezza.

Almeno però si tratta di oggetti a misura d’uomo, magari non per i costi ma almeno per le dimensioni e l’attitudine all’istallazione in ambienti che mantengano ancora una qualche vivibilità.

 

L’impianto funzionante nella saletta Linn.

Sotto questo aspetto l’edizione 2018 della mostra romana ha posto in evidenza il distacco sempre più profondo di una parte crescente della riproduzione sonora e delle apparecchiature ad essa adibite dalla realtà di tutti i giorni, in particolare da quella dell’uomo comune e più che mai dalle sue possibilità  di spesa.

L’hi-fi per oligarchi è sempre più una realtà.

A favore di chi possa andare una tendenza simile, e soprattutto quali sviluppi ne possano derivare, riesce sempre più difficile non dico comprenderlo ma proprio immaginarlo.

Oltretutto questa volontà di assoluto ha già dimostrato un numero di volte incalcolabile, e quella del Gran Galà della Capitale ne è la reiterazione ennesima, di essere in larga parte controproducente. Proprio perché in assenza della messa a punto adeguata, cosa praticamente impossibile da ottenere in occasioni del genere per non parlare del resto, gli impianti da altissimo di gamma hanno la tendenza insopprimibile a porre in primo piano i loro difetti, spesso grossolani, piuttosto che le caratteristiche d’eccellenza irrinunciabili per oggetti di prezzo simile.

Quasi nessuno però sembra volerlo accettare, così da portare con sé impianti meno faraonici ma forse meglio in grado di attribuire una vera componente emozionale al loro ascolto.

Proprio perché un impianto di dimensioni minori è caratterizzato da problemi in proporzione alla sua taglia, mentre quelli grandi svettano soprattutto per l’entità ragguardevole delle loro magagne, se qualcuno decidesse di presentarsi con un impianto meno pretenzioso ma meglio assemblato e curato nei suoi particolari, avrebbe ottime probabilità di fare un figurone. Non solo in termini relativi, ma anche in assoluto. Oltre naturalmente a destare l’interesse della maggioranza schiacciante dei visitatori, probabilmente meglio disposti a considerare qualcosa che non solo suoni bene ma che sia anche più vicino alle loro possibilità di spesa.

Invece questo non avviene, forse per paura di perdere già in partenza. Il che però non avviene presentandosi con un peso medio destinato a confrontarsi con i pesi massimi, ma proprio ricorrendo a questi ultimi. Che in mancanza dei dovuti accorgimenti sembrano efficaci soprattutto nello sconfiggersi da soli, sia pure in assenza di confronti musicalmente adeguati.

Se si insiste su una certa strada, diventa inutile lamentarsi riguardo alle scelte e alle tendenze del pubblico. Soprattutto se non gli si offre un’alternativa percorribile al gigantismo fine a sé stesso e alla possibilità di aumentare a dismisura il numero di zeri sul cartellino del prezzo. Trascurando minuziosamente se e quanto possa trovare una giustificazione sul piano dell’esperienza reale.

Una lezione in questo senso l’ha offerta lo stand Ethos, coi suoi piccoli diffusori realizzati da un liutaio giapponese. Si è trattato infatti di uno tra i pochissimi stand in cui è stato possibile apprezzare finalmente una gamma media verosimile e una voce umana meritevole di essere ascoltata. Di sicuro anch’essi non costeranno poco, ma almeno hanno dimostrato di poter esprimere qualcosa capace di andare oltre il piano dell’effimero.

 

In uno dei numerosi stand Lyrics disseminati per la mostra era possibile ascoltare diffusori Tannoy Westminster, sia pure con risultati non troppo convincenti, in particolare con l’impiego del giradischi, un Clearaudio Concept. Un po’ meglio le cose sono andate con l’impiego di un registratore a bobine Studer, ma non penso sia proponibile l’idea stessa di dover utilizzare una macchina del genere dopo che si è già spesa una somma non indifferente per il resto dell’impianto.

Tra l’altro quale potrebbe essere l’assortimento delle registrazioni ascoltabili per il suo tramite? Bella, per carità, o meglio affascinante, ma destinata nella realtà di oggi a un utilizzo marginale.

Se vogliamo questo è stato il motivo dominante della manifestazione: l’incapacità cronica degli impianti presenti, tranne rare eccezioni, di giustificare in termini di prestazioni soniche i loro costi ormai fuori da ogni ragionevolezza.

 

In un altro degli stand Lyrics figurava il consueto “impiantone”, che stavolta però è sembrato suonare, almeno al momento della mia visita, in maniera meno deludente del solito. Non sembrava insomma un juke box di dimensioni ciclopiche, come è accaduto in diverse occasioni passate.

 

Nello stand D’Agostini una delegazione del marchio Cyrus inviata direttamente dalla casa madre ha avuto il compito di illustrare le nuove amplificazioni in Classe D, destinate a sostituire uno tra i più bei piccoli amplificatori nella storia della riproduzione sonora amatoriale. Compito tutt’altro che facile: a dire il vero dalla dimostrazione effettuata, i cui esiti sono stati alquanto interlocutori, non è stato possibile trarre una valutazione al riguardo. In abbinamento ai Cyrus della nuova serie c’erano diffusori Kef.

 

 

Di godibilità più immediata invece era il sistema dotato di diffusori Quad elettrostatici in un altro degli stand Lyrics. Non solo per le caratteristiche intrinseche della particolare tipologia, ma anche per le doti di estensione e presenza in gamma bassa che si riterrebbero negate a esemplari siffatti. Non proprio entusiasmante invece la capacità di operare a pressioni di un certo rilievo. Non si tratta del resto di un diffusore particolarmente indicato per la sonorizzazione di discoteche.

 

In un’ulteriore stand Lyrics una coppia di diffusori Klipsch da pavimento ha dimostrato limitazioni evidenti lungo tutto l’estendersi della sua riproduzione, invece che solo a tratti più o meno frequenti come è avvenuto con diversi impianti di raffinatezza maggiore presenti alla manifestazione. Nondimeno, per il tempo in cui mi sono trattenuto nella saletta, nei confronti di questo impianto è sembrato manifestarsi l’interesse maggiore da parte degli appassionati più giovani. Il motivo me lo ha appena spiegato il partecipante a un gruppo FB. Si trattava di un sistema di altoparlanti attivo, comandato tramite telefono in bluetooth.

In realtà in seguito è uscito fuori che quello che inizialmente è sembrato un partecipante a un gruppo FB in realtà è uno dei realizzatori del sistema. Il quale, dopo aver preteso di insegnarmi quali siano i parametri di valutazione che dovrei utilizzare, vorrebbe anche che gli si dica bravo perché ha inventato la ruota quadrata. Ad essa infatti corrisponde quell’efficacissimo sistema di penalizzazione di un diffusore che una volta era decente, mediante un pilotaggio via telefonino e bluetooth.

Morale, i limiti del surreale si spostano sempre più in là.

 

 

Forse però l’esempio migliore della realtà parallela che sembra dilagare in questo settore è stato offerto da uno stand in cui tutto l’impegno è sembrato rivolto a magnificare delle basi per diffusori. Al punto di denigrare un impianto non solo dignitoso ma che tanti si sognerebbero proprio, composto da diffusori Graham ed elettroniche Leben, proprio con l’intento di sottolineare le differenze conseguenti all’inserimento di tali oggetti sotto i piedistalli su cui poggiavano i diffusori.

C’è da chiedersi se non dovendo magnificare le doti di quell’accessorio, ci si sarebbe rapportati in modo simile con il prodotto presente in una qualsiasi saletta.

Oltretutto, il continuo parlare e intercalare di chi ha presentato tali basi ha impedito ai presenti di cogliere i particolari della riproduzione. Quelli su cui in sostanza si esprime maggiormente l’influsso del prodotto reclamizzato.

Spiace trovarsi nelle condizioni di dover dire cose simili, ma proprio questo è accaduto di fronte ai miei occhi.

 

 

Audio Reference ha esposto un impianto corredato dalle Pro Ac Tablette, giunte alla decima edizione. Per quanto improntato a una certa freddezza di fondo, il loro ascolto spiega tuttora i motivi del successo di questi diffusori intramontabili. Dimostra inoltre che se non si è sicuri di poter operare una messa a punto minimamente efficace è più produttivo presentarsi con un sistema gestibile senza eccessive difficoltà, figurando meglio di chi ha velleità da assoluto ma si scontra con i relativi problemi, di soluzione oltremodo complessa in un tempo così breve.

 

Viva Audio ha esposto un impianto di gran classe che si è posto in evidenza per le sue doti di naturalezza, vitalità e capacità di recupero delle informazioni audio. A tratti però è emersa qualche lieve imprecisione in gamma media. Come noto l’elemento timbrico è quello più elementare nella valutazione qualitativa della riproduzione sonora. Dunque un impianto dalle ambizioni di un certo livello dovrebbe garantire almeno un comportamento impeccabile a tale riguardo. Riempire il buco tra woofer di diametro simile e l’unità a nastro sovrastante non è peraltro cosa facile, solo per fermarsi agli elementi più vistosi.

 

 

Chiudiamo con una breve serie di immagini la cronaca di una manifestazione ricca di spunti come mai in passato. Uno tra i quali è dato dalla presenza di giradischi in quasi in tutte le salette. Il loro impiego però, almeno per quanto ho avuto modo di constatare, si è limitato spesso a una componente coreografica. A pensare male si fa peccato disse qualcuno, ma che ciò sia dovuto alla presenza di un castigamatti col quale può essere preferibile evitare il confronto non è da sottovalutare.

Il resto, inutile nasconderlo, si è rivelato deludente. Stavolta oltretutto non ci sono stati cali della tensione di rete capaci di penalizzare anche il più efficace degli impianti. Quel che dovrebbe rappresentare il meglio della proposta hi-fi nazionale, in sostanza non ha convinto per via delle sonorità proposte, nella loro maggioranza carenti per un aspetto o per l’altro.

Speriamo che l’accaduto sia di aiuto per calibrare con attenzione maggiore l’approccio a questo genere di eventi, la cui partecipazione comporta oltretutto un dispendio in termini di impegno e risorse economiche non indifferente. Meglio ancora, questa edizione del Gran Galà ha posto in un’evidenza palese la necessità di un ripensamento radicale del concetto stesso di riproduzione sonora e dei mezzi ad essa adibiti.

Da eseguire possibilmente prima che la tendenza all’involuzione non di rado spinta oltre i limiti dell’autolesionismo, ne produca un’ulteriore marginalizzazione. Se non la definitiva scomparsa per impraticabilità del campo.

 

Lo stand dei dischi Foné, sempre piuttosto affollato.

 

La saletta Audio Point.

 

L’impianto “grande” Audio Reference.

 

La saletta Mondo Audio

 

 

 

 

Precedente

Una chiacchierata con... Massimo Ruscitto

Successivo

La sindrome del cambia-cambia e la difesa di un modello insostenibile

Leave a Reply

10 − tre =