Fauna da redazione

Come dicevo nel testo di presentazione a questo sito, per una serie di motivi legati alle dinamiche del mondo reale, al tipo di società in cui viviamo e alle conseguenze che ne derivano, tutte le riviste audio hanno finito col dare la precedenza a interessi che non hanno molto a che fare con quelli dei loro lettori.

Tra chi ha operato a vario titolo nell’editoria legata al settore audio, alcuni hanno sfruttato a fondo questa realtà per i propri interessi, altri in qualche modo hanno tenuto posizioni di maggiore equilibrio, altri ancora neppure si sono resi conto del contesto nel quale erano inseriti. E forse sono stati i più fortunati.

Vi è stata infine una piccola minoranza che, una volta acquisita la consapevolezza di tutto ciò, si è trovata sempre più a disagio, proprio per la difficoltà di uniformarsi a criteri che andavano sempre più a contrastare con le proprie opinioni e convinzioni, ma soprattutto con la propria coscienza.

Di qui, per forza di cose, un rapporto sempre più conflittuale con chi invece non solo non aveva difficoltà nell’adeguarsi ai dettami di quella che potremmo definire “realpolitik”, ma teneva al riguardo un contegno subdolo e volto a ricavarne in primo luogo un sostegno concreto dei propri interessi personali.

Immagine pubblica e realtà privata

Da un lato allora c’era la facciata visibile al pubblico, in funzione della quale si proclamava di essere al servizio degli appassionati sempre e comunque. Proprio a tal fine veniva concesso un certo spazio alle voci fuori dal coro, ma solo a patto che lo fossero entro limiti ben precisi, stabiliti da chi aveva in mano le leve del comando.

Per motivi evidenti la maggior parte di quelle voci ha finito presto o tardi con l’uniformarsi a determinati principi. Va poi considerata  l’esistenza delle voci falsamente tali, ovverosia di quelle che pretendevano di attribuirsi un’immagine alternativa, le quali ostentavano l’approccio e il linguaggio più confacente solo per i propri interessi, e hanno finito con il ricondurre il pensiero comune entro i recinti più angusti dell’ortodossia.

Si trattava insomma di quello che oggi viene definito operare sotto una falsa bandiera, azione riconoscibile soltanto alla lunga, nel nostro caso mediante la verifica degli spazi che tali figure sono infine andate a ricoprire.

A tutto questo corrispondeva invece, nel chiuso delle redazioni e al riparo delle loro spesse mura, l’impiego di strumenti dal potere persuasivo di provata efficacia. In tal modo si pretendeva di imporre il rispetto assoluto dei sacri dogmi per prime a quelle stesse voci, proprio in quanto eretiche e ripetutamente dimostratesi inclini a macchiarsi dell’infame delitto di lesa maestà. Come tali, quindi, tanto più a rischio di cadere ripetutamente nel loro misfatto.

Nel codice non scritto dell’editoria il delitto di lesa maestà è notoriamente il più grave e imperdonabile. Dato che mette a repentaglio la regolarità e la consistenza dell’afflusso di contratti pubblicitari, e quindi i profitti e l’acquisizione di un’aura carismatica da parte di chi tira le fila di tutta l’operazione. E dei suoi assistenti più fidati.

Questi vengono scelti immancabilmente tra coloro i quali non hanno possibilità o intenzione alcuna di mettere in discussione le scelte e le imposizioni  di chi si è installato ai vertici, non di rado con modalità opinabili, e tantomeno i principi ambigui sui quali fonda la sua attività.

Inutile dire che in certi luoghi l’aria divenga del tutto irrespirabile, in particolare per chi è allergico a determinate modalità comportamentali e alle gerarchie costituite su basi simili. Anche perché se non fosse già abbastanza, dinamiche di questo genere si svolgono in un contesto che più che dominato definirei pervaso dalla doppia morale tipica di una precisa categoria di persone, alla quale tutti coloro che hanno tenuto una simile condotta  non facevano mistero di appartenere.

Ne conseguiva l’ostentazione di una pretesa superiorità culturale o addirittura intellettiva, atteggiamento tanto più marcato quanto maggiori erano le dimensioni del paravento con cui personaggi simili  celavano le proprie piccinerie e le carenze macroscopiche a livello concettuale e di competenza nell’ambito di questo settore.

Selezione darwiniana

Quanto si può durare in contesti simili? Indefinitamente riuscendo a uniformarsi ad essi, ben poco se si hanno difficoltà a convivere con la fauna mutante e mutagena da cui sono popolati, che la selezione naturale operante in qualsiasi ambiente di vita ha provveduto a equipaggiare di fauci e artigli da predatore, corpi di anguilla, appetito da squali e code di pavone in perenne ostentazione pubblica della ruota più vistosa che sia possibile immaginare. Sotto alla quale si cela il pungiglione del più velenoso degli scorpioni.

Equipaggiata in tal modo, va da sé che quella fauna non abbia difficoltà alcuna ad abbandonarsi con estrema naturalezza, direi persino con banalità,  a pratiche di sopraffazione volte a imporre la propria supremazia e ad ampliare gli ambiti in cui essa si esplica, secondo modalità oltremodo prevaricatrici.

Tutto questo di fronte allo sguardo assente, o meglio bovino, di quanti hanno deciso che per la propria sopravvivenza è necessario galleggiare in un contesto del genere, e allo scopo non lesinano l’esternazione della più servile forma di vassallaggio nei confronti di chi in virtù del proprio potere commette azioni così riprovevoli.

Non a caso, allora, una volta entrati più a stretto contatto con un ambiente simile, le frizioni e i contrasti non tardano a manifestarsi, portando giocoforza all’estromissione o al rifiuto motivato di proseguire in una simile esperienza.

Se le fonti dell’informazione versano in condizioni simili, è evidente che la qualità e la tipologia stessa dei concetti che diffondono non possano essere altro che compromessi. Dal momento che stiamo parlando delle riviste che bene o male hanno influenzato a fondo il settore della riproduzione sonora, va da sé che metodi simili, da cui originano vezzi tanto riconoscibili quanto dannosi, e persino una vera e propria neolingua orwelliana, abbiano finito con l’assumere una preminenza tale da influenzare nel modo peggiore lo stesso pensiero comune.

Così esso ha finito con l’imporsi non solo all’interno di determinate realtà editoriali, ma anche in quelle concorrenti, a livello degli operatori di settore e infine degli appassionati. Producendo in ultima analisi il dilagare delle aberrazioni, spesso spinte oltre i limiti del paradosso, dal un ruolo fondamentale nel ridurre tutto quel che ruota attorno alla riproduzione sonora alle condizioni attuali. Ovvero quanto di più simile a un terreno isterilito, reduce da una battaglia senza esclusione di colpi che dietro di sé ha lasciato soltanto rovine.

Anche di questo avremo tempo e modo di parlare. E forse diverrà più evidente quello che in qualche maniera alcuni appassionati hanno già intuito, magari senza riuscire a dargli una forma più compiuta: l’essere stati per anni niente altro che gli strumenti di una volontà di sfruttamento, affermazione e predominio tale da non fermarsi di fronte a nulla e a nessuno, che ha animato le figure più determinate ad attribuirsi un’immagine di prestigio, palesemente falsa. O meglio, pretestuosa.

Prendendone atto, ognuno potrà decidere liberamente se restare alla mercé di quegli interessi, oppure andare alla ricerca di traguardi finalmente concreti, ragionevoli e in linea con i desideri tipici di chi trova piacere nella riproduzione sonora.

Quanto di più lontano, insomma, dall’affabulazione falsamente disinteressata dei solerti maggiordomi le cui firme abbiamo visto avvicendarsi sulle riviste di settore, e soprattutto dalle esigenze spesso indotte in modo artefatto da chi della propria attività nell’informazione dedicata alla riproduzione audio amatoriale ha fatto esclusivamente un mezzo di ricerca del profitto. Nonché di acquisizione della migliore visibilità, sempre finalizzata ad accumulare denaro.

Nulla a che vedere, insomma, con l’offrire un servizio alle persone che desiderano ascoltare musica nel modo più godibile e dedicarsi alla propria passione senza per questo ritrovarsi, magari senza neppure rendersene conto, alla mercé di personaggi tanto privi di scrupoli.

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I motivi di un abbandono

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