Fabio Morgera, intervista a una delle punte di diamante del jazz italiano

Tra le dichiarazioni dell’ex ministro Tremonti che a suo tempo fecero più scalpore, c’è quella con cui ha sottolineato che “con la cultura non si mangia”.

Posizione alquanto paradossale per il ministro di un paese che ha un retroterra culturale tra i più ricchi a livello planetario, che oltretutto ha fatto parte di governi capeggiati da chi controlla un gruppo di aziende tra le quali vi sono case editrici come Mondadori e Laterza.

Quello di Tremonti è purtroppo un abito mentale comune un po’ a tutti i livelli, ma tipico di una classe dirigente di ignoranza surreale, confacente al complesso di inferiorità e al conseguente servilismo nei confronti delle politiche imposte dall’estero che hanno causato un degrado per la cosa pubblica e le condizioni di vita italiane semplicemente inimmaginabili solo poco tempo fa.

Se tale è il disinteresse nei riguardi della cultura in senso lato, per la musica le cose vanno possibilmente anche peggio. E così succede che il jazz nostrano, pur essendo divenuto nel corso degli anni una vera e propria fucina di talenti, resto sempre in  grave credito di visibilità e valorizzazione.

Cuore napoletano, esperienza losangelina e newyorchese

Esempio tipico di questo disinteresse anche nei confronti di artisti di grande rilievo, è Fabio Morgera. Trombettista sopraffino, oltre al resto ha la capacità poco comune di poter spaziare tra i contesti più diversi conservando l’efficacia propria dello specialista nella singola disciplina.

Le sue origini sono napoletane, alle quali ha dedicato una tra le sue più recenti fatiche discografiche, “Neapolitan Heart” che segna il suo esordio con la Emarcy. E’ fiorentino di adozione, anche se la maggior parte della sua carriera di musicista si è svolta negli Stati Uniti. Si è trasferito laggiù nel 1990 e vi è rimasto per oltre due decenni, durante i quali non solo ha potuto affinare le sue attitudini nel modo migliore, ma ha anche accumulato una lunga lista di collaborazioni con musicisti stellari.

Tra le sue esperienze più significative c’è quella con Groove Collective, gruppo che ha avuto un ruolo di importanza primaria nella sintesi delle modalità espressive che hanno regalato al jazz gli ultimi fattori di innovazione, mediante l’innesto degli elementi più attuali della cultura giovanile afroamericana.

Proprio quello che i puristi si ostinano a osservare quale vera e propria profanazione agli stilemi tipici di una musica che, invece, proprio dalla contaminazione di generi diversi trae le sue stesse origini. Si tratta quindi di una posizione in primo luogo antistorica, oltreché anacronistica, tendente a negare qualsivoglia possibilità di evoluzione stilistica a un genere che invece proprio su di essa fonda la longevità del suo successo.

Se fosse dipeso da loro, dalla fine degli anni 50 in poi Miles Davis avrebbe dovuto continuare a eseguire solo “So What” e “All Blues”.

Come abbiamo detto Morgera fa dell’eclettismo uno tra gli elementi più in vista della sua arte, il che gli permette di esprimersi su livelli di eccellenza anche quando si cimenta con il jazz diciamo così di scuola. Cosa che è testimoniata dall’aver fatto parte delle più grandi big band attuali e anche dalla sua discografia, suddivisa quasi equamente tra progetti acustici ed elettrici.

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L’intervista

Ringraziamo innanzitutto Fabio Morgera per aver dedicato il suo tempo a questa bella e istruttiva chiacchierata.

Per prima cosa penso sarebbe interessante sapere dove origina il tuo avvicinamento alla musica e al jazz.

Avevo 16 anni, ero infarcito di rock (Genesis, Pink Floyd ecc.) e folk (Nuova Compagnia di Canto Popolare). Vedere Louis Armstrong o Lionel Hampton in TV mi colpi’ molto, e cosi’ anche lo sceneggiato di Pupi Avati “(Criminal?) Jazz Band”: per questo mi sono avvicinato al jazz.

A cosa si deve l’aver scelto la tromba?

Inizialmente mi cimentai con basso elettrico e chitarra. Il bassista Raf Palumbo mi prestò i primi dischi di jazz, e mi consigliò di passare alla tromba. Avendo perso da bambino la mano sinistra in un incidente, la tromba poteva essere una soluzione alle mie difficoltà’ nel suonare strumenti a corda, oltre ad avere un certo ruolo guida che sentivo di poter sostenere poiché ero già compositore e leader di piccoli gruppi.

Qual è stato il tuo percorso didattico?

Ho iniziato con l’essere respinto due volte all’esame di ammissione del Conservatorio di Firenze. Il maestro di tromba aveva notato la mia predisposizione alla musica, ma non credeva nella mia capacita’ di sormontare qualsiasi ostacolo.

Così fui accolto dal maestro Tolmino Marianini della Scuola di Musica di Fiesole, anche lui un appassionato di jazz e di musica classica.

Nel frattempo già sapevo suonare qualche tema di Louis Armstrong o di Miles Davis, e iniziai a frequentare i jazzisti di Firenze, Flores, Maccianti, per imparare ad improvvisare sugli accordi. Poi entrai a far parte dell’orchestra del CAM diretta da Bruno Tommaso e andai ai seminari di Siena con Enrico Rava. Poco dopo iniziai l’attività’ professionale, pur essendo ancora molto giovane: Giorgio Gaslini mi suggerì alla European Community Youth Jazz Orchestra, per poi inserirmi nel suo Ottetto, con molti concerti in Italia e tournée in Ungheria, Libano e Giordania.

Cosa ti ha spinto a trasferirti negli Stati Uniti?

Dopo aver ascoltato Terence Blanchard, Jimmy Cobb e gli altri docenti portati ai seminari di Umbria Jazz dei primi anni ’80, decisi di andare a studiare in America. Ero affascinato dal linguaggio “black” e volevo andare ad abbeverarmi a quella stessa sorgente per un po’.

Arrivato in America entrai alla Dick Grove School di Los Angeles. Non mi facevo troppe illusioni sul riuscire a diventare professionista anche li’ e pensavo di tornare presto in Italia.

Suonare col grandissimo batterista Billy Higgins oppure conoscere uno dei miei futuri maestri come Donald Byrd alimentò il mio “sogno americano”. Alla scuola ebbi buone conferme e la fortuna di studiare arrangiamento con gente del calibro di Henry Mancini, Johnny Mandel e lo stesso Dick Grove.

Hai trovato difficoltà a inserirti nella scena musicale di quel paese?

Dopo altri due anni passati a studiare al Berklee College di Boston credevo di essere pronto per il salto di qualità, andare a New York e tentare la fortuna, ma non fu cosi’ facile.

Dal punto di vista strumentale avevo ancora parecchia strada da fare. Poi non era facile inserirmi, visto che ero un “foreigner”, al di fuori di qualsiasi comunità musicale di neri, latini o ebrei.

Riuscivo lo stesso a proporre bei gruppi, con Steve Turre, Billy Hart o Mark Turner in locali come il Birdland o il Visions, ma passarono due anni buoni prima di poter pagare l’affitto senza problemi. Poi ci fu l’improvviso successo dell’acid jazz e della nuova band Groove Collective, di cui sono uno dei membri fondatori.

Vuoi parlarci delle collaborazioni più significative che hai avuto in quel periodo?

Sono rimasto a New York per 22 anni. Groove Collective non era la mia sola occupazione, anzi quando suonavo con jazzisti “puri” non gliene parlavo nemmeno. In tutti quegli anni ho potuto condividere il palco con vere e proprie leggende: Dizzy Gillespie, Clark Terry, Al Grey, Charlie Haden, Billy Higgins, Tony Williams e moltissimi altri. Sono stato ingaggiato da big band eccezionali come la Mingus Big Band, Vanguard Orchestra, Roy Hargrove Big Band, Arturo ‘O Farrill Latin Jazz Orchestra e ultimamente dalla Captain Black Big Band di Orrin Evans, votata quest’anno “Winner Rising Star Big Band” dalla rivista Down Beat.

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Butch Morris

L’esperienza piu’ sconvolgente e’ stata però quella con la Nublu Orchestra diretta dal compianto maestro Butch Morris. Da lui ho imparato l’arte della “Conduction”, oltre a suonare la tromba a piu’ alti livelli grazie ai suoi consigli da ex cornettista.

“Conduction” e’ una contrazione di “conducted improvisation”, coniata dallo stesso Morris, purtroppo scomparso il 29 gennaio 2013.

Il grande compositore, direttore e cornettista afroamericano e’ appunto uno dei padri di quest’arte, che si può definire come improvvisazione collettiva guidata, su materiale preordinato e codificato nei gesti del direttore, con arrangiamenti aperti e variabili in tempo reale.

Mi ritengo un discepolo del Maestro Butch Morris in quanto dal 2005 al 2009 ho fatto parte della Nublu Orchestra, che si esibiva settimanalmente nel locale omonimo. E’ stata invitata ad importanti festival quali il Lisboa Jazz Festival, S.Anna Arresi e Saalfelden, da cui e’ stato tratto l’album “Live At The Saalfelden Jazz Festival“.

Nel percorso artistico di Morris questo organico era da un lato un trait d’union con il pubblico piu’ giovane, grazie a musica di matrice piu’ ritmica, jazz-funk, pop, elettronica; dall’altro ha dimostrato la versatilita’ della Conduction nelle sue applicazioni nei generi musicali più diversi e nelle loro ibridazioni.

Quale è stato il vero valore aggiunto che hai ricavato dalla permanenza negli Stati Uniti?

Sicuramente la padronanza della “Conduction”, oltre allo stile di matrice prettamente afroamericana, sebbene resti aperto a ogni tipo di buona musica.

La mia proposta piu’ originale e’ quello che chiamo FreeJazzFunk, cioe’ un jazz-funk non distante da Groove Collective, ma piu’ fondato sulle influenze originali quali Joe Henderson e il Miles Davis elettrico e intervallato da momenti free grazie soprattutto alla Conduction.

Riguardo al Groove Collective, ricordo con grande piacere e anche con un po’ di rimpianto le esibizioni romane nella seconda metà degli anni novanta. Ritengo abbia prodotto una sintesi tra le più efficaci tra generi diversi: vuoi parlarci dell’evoluzione del gruppo e dei motivi che in seguito ti hanno spinto a diradare la tua collaborazione?

La formula vincente dell’acid jazz ed in particolare di Groove Collective fu miscelare tutti i generi che sentivamo in giro, in particolare il funk degli anni ’70, il latin jazz , l’hip-hop e anche il jazz. La mia funzione nel gruppo era proprio di rappresentare quest’ultimo genere, oltre a provvedere agli arrangiamenti dei fiati. Non era un’esperienza formativa come le jam session del club Smalls in cui ogni giorno si facevano le 6 del mattino a forza di bebop, ma era divertente suonare di fronte a tanto pubblico entusiasta.1357912032_500

Successivamente facemmo anche molta esperienza girando per tutti i migliori festival Jazz di Stati Uniti, Messico, Europa e Giappone. I problemi per me iniziarono quando i “rocchettari” della band iniziarono a voler distaccarsi dal pubblico dei festival Jazz, una mossa controproducente che porto’ al fallimento e allo smembramento della band. Nel 2006 pero’ riunimmo le forze per registrare il CD “People People Music Music” che ottenne la nomination ai Grammy Awards come Best Contemporary Jazz Album del 2006. Anche quest’anno ci sono voci di un ulteriore “reunion” e di un nuovo album della band, staremo a vedere.

Poi c’ è stato il tuo rientro in Italia. E’ definitivo? A cosa si deve questa scelta?

Da pochi mesi sono tornato in Italia, un rientro sicuramente definitivo. Questo non significa assolutamente che abbia rotto i ponti con NY, anzi vado a suonarci piuttosto di frequente, un paio di volte l’anno.

Oltre ad alcuni motivi di famiglia ciò che mi ha spinto a tornare e’ stata la voglia di condividere il mio bagaglio di esperienze col pubblico e con i giovani jazzisti italiani, che mi sono portato dietro per tutti questi anni.

Quali sono i tuoi programmi per il futuro?

Tra breve uscirà un mio disco del genere sperimentato con la Conduction (e questa è una succosa anteprima ndr.) con 15 fantastici musicisti newyorchesi fra cui Josh Roseman, John Benitez, Charles Blenzig, Orrin Evans e altri.

In Italia lavoro col mio trio FreeJazzFunk, oltre a collaborazioni come quella con la Tankio Band di Riccardo Fassi, con Pietro Condorelli e Vito Di Modugno. Dirigo inoltre la Eskimo Jazz Band, composta dai migliori jazzisti toscani, che sono anche loro entusiasti di questo genere e della mia Conduction.

Ancora grazie, Fabio. Un grandissimo in bocca al lupo per la continuazione della tua attività. Un grande apprezzamento va anche alla tua disponibilità a entrare nello specifico di aspetti sui quali si preferisce in genere sorvolare, che permette anche agli appassionati di musica riprodotta di farsi un’idea meno aleatoria e favolistica della realtà che riguarda il mondo della musica eseguita.

Discografia

Take One” 1988 – Red Records

The Pursuit” 1992 – Ken Records

Slick” 1998 – Red Records

New Hopes” 1999 – 3D Records

Colors” 2000 – Red Records

The Voice Within” 2005 – Widesound Records

Need For Peace” 2007 – Smalls Records

Neapolitan Heart” 2009 – Emarcy – Universal

“Live at the Loft _01” 2012 – DryCast

“Ctrl Z” 2015 Alfamusic

Con la Nublu Orchestra

“Live At The Saalfelden Jazz Festival ” 2010 – Nublu Records

Con i Groove Collective

Groove Collective” 1993 – Reprise

We, The People” 1995 – Giant Steps

Dance Of The Drunken Master” 1998 – Shanachie

Declassified” 1999 – Shanachie

People People Music Music” 2006 – Savoy

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