Dove sta andando la riproduzione sonora?

Discutere di massimi sistemi non è tra le priorità di Il Sito Della Passione Audio, tuttavia in una fase come quella attuale, in cui l’incertezza predomina, trovo che farsi una domanda simile sia quasi inevitabile.

Dopo anni di una crisi che sembra ormai irrisolvibile, dato che gran parte delle sue cause ha origini esterne al mondo dell’audio, l’impressione è che non solo non vi sia intenzione alcuna di mettere in campo soluzioni atte quantomeno a contrastarla, ma che si stia facendo di tutto per adattarsi ad essa. Contribuendo quindi a radicarne ancora più gli effetti fino a renderli permanenti, per farne una sorta di ambiente naturale con cui convivere o meglio goderne, alla stessa stregua di un maiale che sguazza nel suo fango.

Inutile ripercorrere uno per uno gli errori enormi commessi nel corso dei decenni, gran parte dei quali per l’inadeguatezza in primo luogo a livello concettuale e prospettico di chi aveva la responsabilità di prendere le decisioni più importanti. A furia di ripeterne, affastellandone le conseguenze le une sulle altre, per forza di cose quegli errori hanno finito con il costituire il fulcro del meccanismo che ha portato alle condizioni attuali del settore. Se ci si mettesse ancora una volta a fare la loro conta non solo non si finirebbe più, ma si scriverebbero di nuovo cose già rilevate più volte in questo spazio.

Vediamo allora il tema dell’adattamento supino alle condizioni di crisi, che sembra una tra le tendenze più significative del momento. Diciamo innanzitutto che la crisi di questo settore ha preceduto, e di parecchio, quella economica fatta esplodere ormai una decina di anni fa e alla quale non sembra vi sia intenzione di porre rimedio. E’ andata ovviamente ad acuire le condizioni di disagio già presenti nel nostro settore, rendendone i sintomi ancora più gravi. Prima di verificare i risultati di questo stato di cose, credo sia giusto rilevare l’ammissione di impotenza sostanziale nel momento stesso in cui si rinuncia a opporre una qualsiasi resistenza all’andamento dominante. Che per forza di cose lo diverrà sempre di più, proprio in assenza di ostacoli di sorta al suo corso. Questa del resto è una conseguenza dell'”ognuno per sé e Dio per tutti” precipuo del sistema capitalista, forma mentale con la quale ci si rassegna già in partenza a fare da carne da macello al moloch che tutto divora. E prima o poi finirà col fagocitare anche sé stesso. Così allora si combatte questa guerra tutti contro tutti per la conquista di decimi di punto percentuale di un mercato che questo stesso modo di agire condanna a una continua regressione. Il che equivale nella migliore delle ipotesi a restare fermi, se non ad andare indietro ma con la convinzione di spostarsi in avanti, con il dispendio di risorse che ne deriva.

Se è vero come è vero che le crisi economiche sono il sistema migliore per spostare ricchezza dal basso verso l’alto e polarizzarewilson-wamm in maniera sempre più approfondita le classi sociali, accentuandone oltre ogni limite il gap reddituale e di qualità della vita che le separa, ci sono alcuni segnali che il mondo dell’audio, o almeno una parte di esso, abbia deciso di cavalcare questa tendenza nel modo più confacente a trarne vantaggio. O quantomeno a ritenere di poterne trarre.

Un esempio al riguardo è il nuovo diffusore di Wilson Audio, del quale è stato diffuso per primo il prezzo di listino, stabilito in 685.000 euro. A parte la faccia di bronzo che ci vuole solo per imbastire un’operazione del genere, per non parlare di quelli che prestano la loro figura al fine di sostenerla, è evidente che si tratta di qualcosa perdente già in partenza. O meglio fallimentare.

Quantomeno se il parametro di giudizio è inerente la qualità d’ascolto ottenibile da un diffusore siffatto. Come ho già avuto modo di scrivere altrove, è evidente che un oggetto simile per giustificare il suo prezzo non deve darmi più l’impressione, ma proprio la sicurezza incontrovertibile che gli esecutori siano di fronte a me. Non solo in termini uditivi ma proprio materializzandoli in carne e ossa. Temo però che malgrado il suo costo stratosferico, trascurando volutamente la spesa necessaria per il sistema completo atto a includerlo, questo non sia alla portata del nuovo Wilson.

Il punto è che oggetti simili non si valutano più in termini riguardanti l’efficacia delle loro prestazioni in rapporto al prezzo di vendita, ma per quella con cui danno lustro allo stile di vita del loro possessore. Che per quanto provvisto di mezzi economici di simile rilevanza, deve averne molti meno a livello culturale e intellettivo, proprio in quanto trova necessario ricorrere a strumenti del genere per glorificare il proprio successo. Come e a qual prezzo lo si sarà costruito è un argomento sul quale è meglio sorvolare. Resta il fatto che da qualunque lato lo si osservi, un oggetto del genere presuppone un fallimento. Che sia a livello prestazionale oppure culturale se non di statura umana poco importa, almeno dal mio punto di vista.

Più importante è rilevare che il succedersi di prodotti simili causa assuefazione, che a sua volta va giustificare operazioni del genere non fosse che per semplice consuetudine. Quindi è proprio dal punto di vista etico e concettuale che sono in primo luogo deprecabili.

Ancora più arduo ritengo sia giustificare un esborso simile quanto a soluzioni realizzative. Le foto diffuse anzi destano più di qualche dubbio sulle scelte adottate già negli elementi di base. Il costruttore specifica che l’allineamento temporale dei centri di emissione degli altoparlanti si spinge a un quinto di milionesimo di secondo, caratteristica che ha dato il nome all’oggetto. L’esperienza mi ha insegnato a non dare mai nulla per scontato, quindi è possibile che tale peculiarità non abbia scopi esclusivamente propagandistici, ma si ripercuota in concreto sulla sonorità del diffusore. Mi chiedo però che genere di soluzioni siano state utilizzate per la rete di filtraggio, al fine di evitare rotazioni di fase che hanno per forza di cose ben altro rilievo, proprio in merito al comportamento complessivo del sistema nel dominio del tempo. C’è da interrogarsi inoltre sul senso di determinate soluzioni, se poi si lascia il cabinet del diffusore completamente libero di diffondere le riflessioni dell’emissione degli altoparlanti in maniera del tutto incontrollata e casuale, che ancora una volta per forza di cose hanno un rilievo ben maggiore dei risultati ottenibili perfezionando a tal punto l’allineamento temporale, che a quel punto ne viene in buona misura compromesso. A ulteriore conferma del fallimento, proprio perché quando si parla di oggetti di prezzo simile, questa parola dovrebbe essere bandita dal vocabolario.

Si potrebbe ritenere che il Wilson sia un’eccezione, un qualcosa di a sé stante. Purtroppo le cose non stanno così. Si tratta anzi di una tendenza che va prendendo sempre più piede. Allo stesso proposito torniamo a parlare di Living Voice, il costruttore del sistema di altoparlanti per squinternati senza recupero denominato Cosmotron, la foto del quale è stata pubblicata in “Guarda come si sente bene!“.

Il costruttore in questione sembra essere specializzato nella produzione di oggetti destinati a un pubblico ben preciso, come sembra indicare anche il suo tavolino G8. Già il nome “mi sta sulle balle, molto pesandemende”, come direbbe il Diego Abatantuono degli esordi, quando interpretava il “terrunciello milanese cient pi cient”. I motivi non credo necessitino di spiegazione alcuna.Living-voice-g8

Se poi si va a vedere la sua destinazione, si comprende che ormai esiste una vera e propria dicotomia potenzialmente insanabile tra gli oggetti sia pure di livello molto elevato ma ancora pensati per i comuni mortali e quelli dedicati all’olimpo dello 0,1%. Ossia a coloro i quali si arricchiscono alle spalle dell’intera umanità, come gli 8 individui che dispongono di ricchezze maggiori rispetto ai 3,5 miliardi di abitanti del globo che si trova nelle condizioni peggiori.

In quanto tale, il tavolino G8 “è progettato originariamente e sviluppato per consentire l’impiego delle elettroniche valvolari di prestazioni elevate nei saloni dei super-yacht”. Ancora una volta ogni ulteriore commento è da ritenersi superfluo.

Potevamo noi italiani tenerci fuori dalla nuova, affascinante tendenza dell’hi-fi per oligarchi? Assolutamente no. Ecco allora che Sonus Faber, ammesso e non concesso si tratti ancora di un marchio italiano, in termini di controllo del pacchetto azionario dato il suo legame con McIntosh, se n’esce con la nuova Extrema. In confronto al Wilson si tratta di un prodotto da barboni: appena centomila euro per un paio di diffusori da piedistallo, pensati per celebrare l’anniversario del marchio. Se almeno il Wilson ha delle caratteristiche di una certa esclusività, per quanto inserite in un contesto sostanzialmente inadeguato, in questo caso con l’inventiva tipica del nostro popolo ce la si vuol cavare con semplici legni della Val di Fiemme selezionati e orientati a mano, più una non meglio definita tipologia a pendenza variabile del crossover. Un po’ pochino per giustificare tecnicamente un prezzo simile. Ma come noto più il prezzo è alto e più tende ad auto-giustificarsi in funzione dell’esclusività che conferisce al prodotto cui viene associato. A questo riguardo il costruttore tiene a precisare che ne verrà distribuita una sola coppia per ciascuno dei paesi in cui è presente, tanto per dare ulteriore impulso alle tendenze sociopatiche come quella che riguarda il costituire una nuova, esclusivissima casta: quella dei possessori di tale diffusore.

Del resto scorrendo una qualsiasi pagina internet dedicata ai diffusori del marchio il piacere senza confronti dato dal susseguirsi di prezzi da 33 mila, 59 mila e 90 mila euro tocca livelli che non esito a definire sublimi. Ancora una volta occorre rilevare che le manie di elitismo evolvono tipicamente in complicanze da vera e propria dissociazione dalla realtà.

Se le tendenze tipiche dell’era attuale della riproduzione sonora proseguiranno immutate, credo sia ora di pensare seriamente alla riapertura dei manicomi.

Non ho idea di come suoni la serie commemorativa dell’Extrema e neppure mi interessa saperlo. Mi offre però l’occasione di parlare dell’ultima esperienza che ho avuto coi prodotti di questo marchio, che per combinazione risale sonus-faber-extremaa pochi giorni fa, con una coppia se non sbaglio di Cremona.

In base a quanto visto fin qui andrebbero inseriti nella classe degli entry level, e quindi valutati con la manica larga dovuta a tali prodotti. Se non ricordo male, il loro possessore mi ha detto di averli pagati appena 7.500 euro la coppia. Cifra irrisoria per quanto è bassa, o meglio vergognosa. Giusto la mancia per il cameriere al ristorante o per il ragazzo del barbiere.

Eppure a suo tempo spergiuravano che la moneta unica avrebbe portato all’azzeramento dell’inflazione e alla stabilità dei prezzi. Ora che me lo sono ricordato mi sento più tranquillo.

A parte l’estetica che sembra fatta apposta per conquistare i gusti tendenti ad apprezzare il falsamente elegante ma concretamente vistoso con tendenze barocche, un ascolto di neppure un’ora e a volume neppure troppo alto come quello effettuabile in un comune appartamento nelle ore serali, è stato sufficiente a provocarmi un forte dolore alle orecchie. Con cui mi sono ritrovato anche al risveglio, il mattino successivo  La sensazione, netta, era come se la sera prima me le avessero prese a bastonate.

Il resto dell’impianto non è da chiamare in causa al riguardo, essendo composto da un lettore Sony di alto livello e amplificazione a tre telai Klimo: un pre Merlino di costruzione tedesca e una coppia di finali Kent Silver, che del resto si è comportato come dovuto con la coppia di Rogers collegata in seguito.

Gamme medio-alta e alta così esasperate e fuori controllo non credo di averle mai incontrate in tanti di anni di prove dei diffusori più disparati, che ritengo si possano contare nell’ordine delle centinaia. Neppure tra i modelli tedeschi dei marchi più oltranzisti al riguardo, il che è tutto dire.

Forse, però, una sonorità simile potrebbe accoppiarsi bene con le timbriche cimiteriali tipiche delle elettroniche del marchio con cui il costruttore di diffusori fa connubio da qualche tempo. Secondo i vertici di quei marchi, allora, dopo aver speso le svariate decine di migliaia di euro necessarie a formare un impianto coi loro prodotti, ci si dovrebbe accontentare di correggere errori marchiani con altri di segno opposto ancor più plateali.

Va bene che gli incapaci su cui tentare la consueta circonvenzione si trovano sempre, mentre la pubblicistica di settore si occupa di crearne sempre di nuovi, ma dovrebbe pensarci il minimo del buon gusto a far astenere da azioni simili. E’ vero che di fronte al denaro sono molte le remore a cadere, soprattutto se si parla di certe cifre, ma insomma…

Ancora una volta ci si trova a rilevare che la necessità maggiore di curare la facciata sussiste laddove è più sentita l’urgenza di celare il resto.

Sarebbe interessante sapere come il Coro Degli Entusiasti A Prescindere ha decantato a suo tempo le virtù di questo diffusore. Credo non sia difficile immaginarlo.

Completiamo questa breve ma succosa carrellata con l’apoteosi dell’inutilità: la cuffia munita di vu-meter. Già i vu-meter non hanno senso di per sé, a parte l’attrarre una certa fascia di appassionati, A cosa debbano servire su una cuffia, davvero non è dato sapere. Probabilmente l’impiego più indicato è farcisi dei selfie da spedire agli amici e condividere sui social, per far vedere quanto si è fighi. E quindi a che punto si è spinta l’auto-lobotomizzazione necessaria a rivolgere il proprio interesse verso oggetti simili.id548083_1

A pensarci bene un ulteriore elemento di riflessione ci sarebbe: riguarda la decisione di Mark Levinson di esordire nel settore dei giradischi. A quanto sembra è avvenuto non con un progetto proprio, ma con un esemplare commissionato a uno tra i più noti fabbricanti del settore. Inutile chiedersi quali possano essere le finalità di un’azione simile, se non quelle eminentemente commerciali, riguardanti la volontà di sfruttare un settore giudicato in espansione. Inutile rilevare il paradosso insito nella conseguenza concreta dei decenni di bombardamento mediatico eseguito a favore del digitale: ossia che è di nuovo l’analogico a suscitare l’attenzione di gran lunga maggiore nell’ambito della riproduzione audio amatoriale.

Più in generale, si nota la tendenza all’aumento dei prezzi che domina un po’ in tutto il settore. Ulteriormente sospinta dai diffusori sopra descritti, si innesta in una realtà già contraddittoria, che da tempo va ponendo sempre più l’acquisto delle apparecchiature audio di livello qualitativo accettabile fuori dalle possibilità di spesa di una platea che diviene sempre più vasta. Di qui l’esplosione del vintage che sta caratterizzando il settore della riproduzione audio già da qualche anno. Per forza: se il nuovo ha ormai prezzi fuori della portata della stragrande maggioranza degli appassionati, non resta loro che rivolgersi all’usato. Il quale però, proprio per via del rinnovato interesse che lo riguarda, sta conoscendo anch’esso un aumento cospicuo delle quotazioni. innescando ancora una volta un meccanismo che andrà ad auto-alimentarsi, con le conseguenze che non sono difficili da immaginare.

Ora, nelle condizioni di crisi che attanagliano da tempo immemore il settore della riproduzione sonora amatoriale, premere sempre di più sul pedale dell’aumento dei prezzi può essere un palliativo momentaneo, ma nel medio-lungo termine non farà altro che rendere ancora più elitaria una specialità che soffre notoriamente per l’assenza di ricambio generazionale. Dunque, se siamo i primi ad allontanare i nuovi appassionati, poi per favore evitiamo di lamentarci se “i giovani non vengono a noi”.

Sono in maggioranza disoccupati, perché questo sistema scarica su di loro nella maniera più cinica a scriteriata gran parte delle contraddizioni da cui è gravato e che non si ha intenzione alcuna di risolvere, neppure in parte. Quei pochi che lavorano guadagnano 7-800 euro al mese quando va bene, cifra con cui è del tutto impossibile condurre una vita dignitosa ai costi attuali. Dunque non si vede proprio come possano avventurarsi in un settore come quello della riproduzione audio, malgrado eserciti un fascino indubbio anche sulle generazioni più giovani, che oltretutto sembra in netto recupero.

Non si può chiedere al settore della riproduzione sonora di farsi carico e risolvere problemi che hanno assunto un carattere endemico e attengono a contesti di ben altra rilevanza. Tuttavia la situazione è questa: o si risponde ad essa nel modo dovuto oppure tra un po’ non ci sarà più nessuno a interessarsi di audio amatoriale, non fosse altro che per raggiunti limiti di età.

Dunque le alternative sono le seguenti: possiamo continuare a far crescere i prezzi rendendo l’audio di qualità uno sport sempre più di nicchia, atteggiamento che in linea di principio non differisce granché da quello dei lemmings che si dirigono in massa verso il precipizio, altrimenti prendiamo la decisione di salire su un autobus che oggi sta passando, ma domani potrebbe non farlo più.

Diamoci una regolata.

 

 

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4 Comments
  1. Reply Antonio Fortunati 12/01/2017 at 11:05 pm

    Buonasera Claudio,
    trovo molto interessante il tuo pensiero in questo articolo, e sappi che lo condivido in pieno.

    Non trovo perdonabile nessuna misura sia in grado di giustificare prezzi così esorbitanti, nemmeno se i suddetti componenti audio fossero composti in oro e diamanti di tal peso.

    Per me il suono va apprezzato per la qualità che suddetti artefizi musicali sono un grado di riprodurre e non per la quantità di banconote necessarie per comprarli, anche se a volte occorre trovare un compromesso; l’equazione costo/qualità/ricerca/sviluppo in certi casi, quasi mai è comunque a buon mercato.

    Bisogna anche saper conoscere e riconoscere ciò che suona bene e trovarne un proprio valore intrinseco se ne dispone, magari con esperienze maturate sul campo e doti di percettività, se si è in grado.

    Un vocabolo che amo particolarmente usare, per via del mio lavoro, ma che in questi termini potrebbe calzare bene è “propriocettività”, cioè la capacità di sentire. E non solo con le orecchie.

    Concludo dicendo che se (per giocare), mi si obbligasse a scegliere di acquistare i diffusori Wilson Audio da 685.000 euro o un famoso quadro di pari valore, credo che tu sappia la già risposta.

    A presto.

    • Reply Claudio 13/01/2017 at 12:21 am

      Ciao Tonino,
      sai che con me su certi argomenti sfondi una porta aperta.
      Quindi non posso che essere d’accordo su tutto quello che hai scritto.
      Come ho rilevato nell’articolo, arrivati a certe estremizzazioni non è più questione di rapporto tra qualità, tecnica realizzativa, sonorità e prezzo: è il prezzo che qualifica il prodotto e predomina su tutto il resto, rendendolo ininfluente. Eccoci allora di fronte a un elemento che qualifica la realtà decadente, fase che anticipa necessariamente la caduta, di una specialità come la riproduzione audio. A sua volta inserita in un sistema sociale che se possibile lo è ancora di più.
      Lasciando stare i massimi sistemi, l’aspetto più irritante di tutta la faccenda è che in questa fase di decadenza siamo entrati non per calo di interesse verso la riproduzione sonora o per stanchezza degli appassionati, ma per l’impressionante sequela di errori commessi da chi tiene le redini, o solo parte di esse, di questo settore. E poi anche per la sudditanza della pubblicistica di settore, che al riguardo ha colpe quasi altrettanto significative. Infatti è sempre pronta ad azzerbinarsi di fronte agli interessi di chi ne ha da difendere, o da imporre, in quantità maggiore. In quanto tale è del tutto incapace, prima di tutto a livello culturale e concettuale, di fare tendenza.
      Quanto ai modi di ascoltare, largo alla propriocettività, termine che mi ricorda mie antiche passioni, ma attento a non cadere i quelli “creativi” che ho elencato in “Guarda come si sente bene!”
      Scherzo, ovviamente.
      Riguardo alla chiusura del tuo commento, alla quale mi associo, credo riassuma la nostra inadeguatezza di fondo a rapportarci con determinati oggetti. Il che non è assolutamente un male, anzi. Infatti il pubblico d’elezione di un diffusore da 685.000 euro non dovrebbe mai scegliere tra il suo acquisto e quello di un quadro d’autore. Potrebbe tranquillamente acquistarli entrambi, insieme a un super yacht in cui installare il tavolino G8 e magari anche una coppia di Cosmotron, a una serie di mega-ville nei luoghi più esclusivi, e chissà quali e quante altre cose. Senza che il suo conto ne venga influenzato più di tanto.
      Meglio restare coi piedi per terra, allora. E siccome il prezzo di listino non è sinonimo di qualità sonora, a noi basta sapere che con una spesa pari a una frazione trascurabile del costo di quei diffusori possiamo realizzare un impianto capace di darci l’illusione di essere di fronte all’evento reale.
      Siccome siamo dei veri appassionati e non dei biechi oligarchi, tanto ci basta.

  2. Reply Massimo Aymar 12/01/2017 at 12:13 am

    Caro Claudio,
    interessante articolo come sempre.
    Se non erro (vado a memoria) il sistema Infinity IRS V di trent’anni fà batteva intorno ai 150 milioni delle vecchie lire, ed era impressionante il solo nominare quella cifra per un diffusore hi-fi all’epoca.
    Certo Infinity al tempo era un’eccezione, mentre tu giustamente fai notare che sempre più le eccezioni stanno diventando una regola, però i prezzi scandalosamente alti c’erano già allora, giustificati dalla ricaduta tecnologica successiva sui modelli minori.
    Non è un male avere un flagship costoso: del resto si sono accorti che è meno faticoso vendere un diffusore a 685.000 euro (e di conseguenza ti sei sistemato per un bel po’ di mesi) piuttosto che mille diffusori a 685 euro. Certi costruttori puntano esclusivamente a questo: anche qui in Italia ci hanno provato (o ci stanno provando, chiederò ad uno dei soci che conosco personalmente come gli sta andando) con una operazione simile, con Yar Audio
    http://www.yaraudio.com/index.html
    Io mi sono fatto l’opinione che il mercato hi-fi sia decisamente altrove, in primis in Asia e Medio Oriente, e gran parte di ciò che vediamo oggi con questa escalation di prezzi è funzionale a tale mercato.
    Dobbiamo farcene una ragione, siamo la provincia della provincia e pertanto non possiamo fare altro che guardare alla finestra.
    p.s. il mio non è un commento negativo sulla situazione, è essere realisti, come tu lo sei d’altronde.
    Massimo

    • Reply Claudio 12/01/2017 at 12:56 am

      Ciao Massimo, ben trovato e grazie per l’attenzione.
      Hai perfettamente ragione, prezzi molto alti c’erano già un tempo. Tuttavia la loro diffusione non era paragonabile con quella attuale e del tutto diversa era la filosofia dei prodotti da essi caratterizzati.
      Lo spiega bene anche l’esempio da te fatto: l’IRS V non venne realizzato tanto per venderlo, quanto per rappresentare il culmine tecnologico di quel momento, nell’interpretazione e nella prospettiva del suo costruttore. In ogni caso, il dispendio di materiali e tecnologie utilizzato per oggetti di quel calibro trovava ancora una qualche corrispondenza nel prezzo di listino.
      Oggi invece siamo di fronte a un fenomeno completamente diverso, che si muove su due linee fondamentali.
      La prima riguarda proprio l’individuazione di un pubblico interessato a prodotti di prezzo simile, che esiste proprio in conseguenza di un processo di riallocazione della ricchezza dal basso verso l’alto che oltre a riportarci a prospettive di tipo feudale rappresenta un ideale di ingiustizia sociale con il quale non sono e non sarò mai d’accordo. Per il semplice motivo che per ogni nuovo oligarca ci sono milioni di persone un tempo accettabilmente benestanti che sono ridotte alla fame. Quindi se non sono d’accordo su fenomeni del genere, tantomeno posso esserlo con i prodotti pensati al riguardo, che oltretutto vanno a sostenere tali fenomeni e a legittimarli secondo un’etica e un’ideologia capovolte.

      La seconda linea riguarda la politica commerciale basata proprio sul prezzo elevato non più corrispondente ai contenuti del prodotto per quali che siano, come poteva accadere per un IRS V, ma del tutto svincolato da esso. Mirante soprattutto a imporre il prodotto e ad attribuirgli una connotazione specifica proprio in funzione del suo prezzo. Quindi dell’esclusività che ne deriva e del lustro che va a conferire al suo possessore, evidentemente privo di scrupoli e di qualsiasi retroterra etico e culturale.
      Sia nel caso del Wilson, che ancora più del Sonus Faber, si tratta di operazioni meramente commerciali, che proprio per le modalità con cui sono condotte meritano di essere deprecate. Non solo nei confronti degli oggetti in questione, ma anche e soprattutto nei confronti delle persone che decidono di avvantaggiarsi economicamente del degrado tipico della situazione attuale fino a tal punto e con un simile grado di cinismo. Rispetto al quale ci si può augurare soltanto che ne ricevano almeno in egual misura di quello che dispensano.
      A proposito del Sonus Faber, oltretutto, nella sua squallida e fin troppo abusata presa a pretesto della celebrazione dell’anniversario, ulteriore riprova della povertà in primo luogo culturale di chi architetta operazioni siffatte, vale la pena notare che un tempo occasioni in simili era consuetudine offrire sconti sul prezzo di listino oppure omaggi alla clientela.
      Oggi le si sfrutta invece per depredare ancor meglio il pubblico pagante, sottolineando nel modo più efficace quali sono le reali prospettive di chi conduce marchi simili.
      Dunque se stiamo alla finestra, come dici giustamente, cerchiamo almeno di inquadrare quel che passa di fronte a noi in modo corretto, senza ipocrisie e con il senso di giustizia che dovrebbe far parte di ogni individuo che voglia ancora definirsi umano. Anche perché così facendo verrà sottolineata nel modo migliore la totale e definitiva disumanità della dittatura capitalistica alla quale siamo costretti e con sommo sprezzo del raziocinio altrui si pretende pure per far passare come apoteosi di democrazia e libertà.
      Segnalo infine che essendo questo sito fisiologicamente refrattario al pensiero unico, prima ancora che dal punto di vista etico, non solo si accettano opinioni non in linea con quelle del suo conduttore, ma sono le benvenute, in quanto contributo alla discussione. A patto che siano espresse in forma corretta, non prevaricatoria e scevra da forme di intolleranza o peggio, proprio come nel caso del tuo gradito commento.
      Grazie e alla prossima!

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