Cavi, diatriba senza fine

Sono circa quaranta anni, ormai, che i cosiddetti cavi speciali hanno fatto la loro comparsa.

Dapprima timidamente e poi in forma via via più convinta, trovando un interesse crescente da parte degli appassionati, sulla base dei primi riscontri ottenuti dalla sperimentazione sui loro impianti.

Una sintesi visivamente efficace per la funzione dell’allora nuova tipologia di cavi venne offerta da una delle primissime pubblicità ad essi dedicata, quella di Monster Cable. Raffigurava un amplificatore quasi sul punto di scoppiare per lo sforzo conseguente al soffiare potenza in cavi rabberciati e riannodati alla meglio, al punto che i suoi vu meter erano cosparsi di venuzze iniettate di sangue. Malgrado ciò i diffusori si afflosciavano su sé stessi, proprio a suggerire che quanto arrivava ai loro morsetti era ben poca cosa, nonostante lo sforzo profuso dalle elettroniche.

Sia pure a distanza di tanto tempo, e malgrado il gran numero di esperienze accumulate al riguardo, da molte fonti si insiste tuttora a negare l’utilità dei cavi e la loro stessa funzione. A giudicare da alcuni segnali, questa tendenza sembrerebbe conoscere un recupero di diffusione. Del resto se è vero che stiamo vivendo un’epoca di regresso un po’ a tutti i livelli, non si vede il motivo per cui ne dovrebbe restare indenne il settore della riproduzione sonora amatoriale.

In effetti il mondo dei cosiddetti cavi speciali è fatto di alcune luci e parecchie ombre, nonché dai tentativi di trarre vantaggio dalle incertezze che gravano sull’argomento, e più in genere sulla riproduzione sonora, negando l’utilità o meglio la stessa funzione di una conduzione più efficace del segnale audio.

Mi ha colpito in particolare l’inserirsi subdolamente nei modi più vari non sulla ricerca di sonorità migliori dell’impianto, da sempre un elemento primario nell’ambito della riproduzione sonora, ma sul rafforzare le posizioni che negano l’utilità tutto ciò vada oltre il punto di vista più retrivo. Ossia quello basato in sostanza solo sulla potenza degli amplificatori, sulle dimensioni e il numero di vie dei diffusori, sulle misure il cui significato ingannevole ha trovato storicamente un numero di dimostrazioni senza fine, che però si fa del tutto per non vedere, e via di questo passo.

Stiamo parlando insomma di ciò che di più negativo si possa immaginare ai fini della crescita e della consapevolezza di chi si interessa di riproduzione sonora, vera palla al piede nel percorso di progresso e perfezionamento di questo settore.

In realtà anche azioni simili hanno una loro utilità, almeno se si è in grado di riconoscerne la valenza concreta. Rendono evidente che nella realtà attuale si guadagna di più e con minor fatica non sforzandosi di migliorare le condizioni di ascolto medie degli appassionati e la loro coscienza riguardo ai fenomeni che si manifestano nell’ambito della riproduzione audio, ma favorendo peggioramento e regressione. Proprio mediante l’assecondare, con prese di posizione strumentali e del tutto pretestuose le pulsioni viscerali della fascia di appassionati più arretrata e inavvertita, arrivando a rispolverare le teorie scartate da decenni persino dalle frange più orotodosse e terrapiattiste, data la loro totale e più volte dimostrata insussistenza.

Oltretutto il bacino potenziale nel quale operando in modo siffatto si può andare alla ricerca di nuovi adepti è il più ampio, proprio perché la mediocrità è sempre la più diffusa, già in termini puramente numerici. Inoltre con tale opera distruttiva si ottiene di infoltire i ranghi di quanti si trovano meglio quell’ambito e non riescono neppure a immaginare qualcosa che vada oltre. Proprio perché le  argomentazioni usate al riguardo puntano sempre e solo alla pancia, piuttosto che a stimolare la curiosità e l’attitudine al ragionamento, prima ancora che la volontà di crescita dell’uditorio.

Del resto già settant’anni fa George Orwell scrisse che “L’ignoranza è forza”.

Parole da scolpire nella pietra.

E’ evidente che il danno apportato da atteggiamenti simili alla causa della riproduzione sonora di qualità è incalcolabile.

Individuarne gli autori però è facile: restano fermi sulle loro posizioni nella maniera più oltranzista e di fronte a obiezioni ponderate tentano di screditare l’interlocutore, non di rado scadendo nella violenza verbale, proprio in base alla necessità di sfuggire alla discussione e di non prendere atto delle contraddizioni plateali che emergono dalle argomentazioni fantasiose utilizzate allo scopo. Frequenti sono anche le “spedizioni punitive” nelle aree in cui si discuta qualunque tesi non gradita, al cui riguardo si distribuiscono a piene mani illazioni e provocazioni tanto gratuite quanto infantili. In quanto tali descrivono come meglio non si potrebbe chi ne fa uso, che per quel tramite fa di tutto per mandare in caciara anche i confronti basati su canoni di serietà e correttezza inappuntabili.

Anzi, quanto più questi elementi formali vengono rispettati, tanto più evidente è il tentativo, sempre a suon di provocazioni, volto a fare in modo che non si giunga a una qualsiasi conclusione che possa determini una crescita per i partecipanti.

Sarebbe interessante conoscere quali fini e motivazioni spingano a comportamenti simll e alla ricerca ostinata di risultati del genere.

A tale riguardo si agisce quasi sempre in gruppo, preferibilmente nei confronti dei singoli rei di opinioni non conformi – appunto alla mediocrità più deteriore – astenendosi regolarmente quando il numero dei contrari abbia una qualche probabilità di prendere il sopravvento. In questo emerge non solo una sostanziale viltà di fondo, ma anche la forma di vero e proprio squadrismo, mediatico, che altro non è se non la versione attualizzata di quello a base di manganelli, pestaggi e olio di ricino che iniziò a diffondersi ormai un secolo fa. Ulteriore riprova della modernità di idee, di azione e degli scopi di chi agisce in modo simile.

La negazione irriducibile dell’utilità e delle funzioni stesse dei cavi è il primo bersaglio di questa tipologia di azioni, basata come di solito su argomentazioni dai fondamenti opinabili.

Così facendo, però si rifiutano i principi stessa della materia di cui ci si vorrebbe occuparsi, secondo una modalità selettiva alquanto stravagante.

Infatti, non ci si sognerebbe mai di negare che l’inserimento in un circuito di una resistenza, una capacità o un’induttanza produce variazioni che poi sono quelle su cui si basa il funzionamento stesso delle elettroniche destinate alla riproduzione sonora. Secondo quella personalissima visione, però, tali fattori avrebbero un riscontro concreto solo quando tale introdotti mediante i componenti tradizionalmente destinati allo scopo: resistori, condensatori e bobine.

Viceversa se l’inserimento in un circuito di determinati valori di resistenza, capacità e induttanza è causato da un cavo, allora tali grandezze non avrebbero più effetto alcuno.

Davvero curioso. Il bello è che c’è pure chi ci crede.

 

Le ragioni dei cavoscettici

Per quanto l’esperienza che ho maturato abbia determinato punti di vista diametralmente opposti a quelli dei cosiddetti cavoscettici, non ho problemi a rilevare che alcune tra le loro posizioni non sono del tutto fuori luogo, come vedremo più avanti.

Prima di entrare nel vivo delle ragioni addotte da chi nega l’influsso dei cavi sulla riproduzione sonora, ci soffermiamo per un istante sul contesto di fondo dal quale traggono spunto. A tale riguardo sembra si dia per scontato che i cavi rappresentino di fatto degli elementi neutri o per meglio dire amorfi: non tanto per le apparenze, quanto nella loro funzione pratica.

Iniziamo allora con l’osservare che in natura non esiste un qualsiasi elemento o oggetto che sia totalmente ininfluente nei confronti di quanto lo circonda o dell’ambito in cui si va a inserire.

Facciamo qualche esempio, proprio terra-terra: una camicia può essere di varia foggia, colore e decorazione, stretta, larga, ben stirata o stropicciata, strappata, macchiata e così via. Ognuno di tali attributi ha un influsso preciso sulla percezione che si ha di essa, di chi la veste e soprattutto sulla praticità e sull’efficacia funzionale di tale indumento.

Allo stesso modo uno sgabello può essere alto, basso, stabile, traballante, costruito in maniera più meno robusta e ancora una volta dipinto in vari colori o lasciato grezzo. Ognuno di questi elementi ha il suo effetto sull’utilizzo dell’oggetto e anche sul suo modo di inserirsi nell’ambiente che lo circonda, caratterizzandolo in una certa misura. Una pagnotta infine può essere fresca di forno, rafferma o proprio indurita, con o senza sale o del tipo lavorato, a forma di ciabatta, sfilatino, ruota, bignè e così via, oltre a trarre origine da qualità e combinazioni pressoché infinite degli ingredienti utilizzati nella sua preparazione. Tutte queste caratteristiche hanno a loro volta una ricaduta evidente sulle modalità del suo consumo, sul gusto del prodotto e sulle sue qualità nutrizionali.

Secondo la visione dei cavoscettici, invece, il cavo audio sarebbe l’unico oggetto dell’universo fin qui conosciuto a non esprimere caratteristiche di sorta, e in quanto tale a non essere in grado di influire sulle modalità funzionali del sistema in cui va a inserirsi.

Si tratta di un concetto alquanto singolare, che di per sé suggerisce l’ottica secondo la quale si osserva tale oggetto, spesso basata più sulle convizioni personali e sulla necessità di avallarle in qualche modo ai fini della propria pace mentale, se non su un vero e proprio pregiudizio, piuttosto che su un’osservazione neutrale e attenta dei fatti.

 

Le condizioni necessarie affinché sia rilevabile una differenza

E’ vero tuttavia che vi è una possibilità che l’impiego di cavi di qualità maggiore non dia risultato alcuno.

Il  miglioramento indotto dalla sostituzone di un cavo con un altro di caratteristiche diverse può verificarsi solo nel caso in cui uno dei due penalizzi le prestazioni audio dell’impianto in misura maggiore dell’altro. Se queste ultime però sono così scarse da essere in linea o addirittura peggiori del peggiore tra i due cavi utilizzati, ipotesi da non scartare in quest’epoca di recupero sistematico del vintage, definizione neolinguistica che sovente identifica cadaveri riesumati e venduti per buoni, è evidente che anche dall’impiego del cavo migliore di questo mondo non si potranno ricavare variazioni di sorta.

Proprio perché non esiste un margine concreto di miglioramento, date le condizioni prodotte dal sistema entro il quale l’ascolto a confronto di cavi differenti viene eseguito.

In sintesi il cavo è un elemento eminentemente sottrattivo, anche se non fa solo quello, come vedremo in seguito, e di conseguenza penalizzante per le doti sonore delle apparecchiature che collega. Pertanto, affinché si verifichi una differenza tra la sottrazione data da un cavo e quella dell’altro, occore innanzitutto che vi sia qualcosa da sottrarre. Il che può avvenire solo nel momento in cui le doti sonore di tali apparecchiature sono superiori a quelle del cavo che le collega. Instaurando di conseguenza un margine tale da permettere alle diverse proprietà sottrattive di ciascun cavo di produrre i loro risultati.

L’esperienza fatta in tanti anni tende a suggerire che sia proprio l’assenza di quel margine la motivazione primaria di quanti rifiutano che la sostituzione di un cavo con un altro di qualità migliore possa dare risultati di qualunque tipo.

Questo inoltre ci porta a un altro paio di considerazioni. La prima è che per osservare un qualsiasi fenomeno è necessario disporre di uno strumento che sia indicato allo scopo.

Come dico sempre, per osservare microbi e batteri, e quindi rendersi conto dell’esistenza di organismi che per quanto minuscoli possono avere effetti rilevanti e persino esiziali sul funzionamento e sul rendimento di esseri enormemente più grandi di loro, non bastano occhiali o binocoli e neppure il cannocchiale: ci vuole il microscopio, che deve anche avere un fattore di ingrandimento adeguato alla bisogna.

Il secondo elemento riguarda il fatto che quanti più elementi di potenziale degrado si frappongono tra un componente da cui ci si attende un apporto migliorativo e la fase di fruizione concreta dei suoi effetti, tanto più è probabile che questi ultimi vengano ridotti nella loro entità, nascosti o persino cancellati. Proprio perché il numero di potenziali colli di bottiglia e di ostacoli esistenti tra il momento di effettivo miglioramento e quello della sua fruizione può essere in numero maggiore.

 

L’esistenza di un fenomeno nell’assenza di quanto atto a misurarlo

Altro argomento “d’eccellenza” tra quelli su cui si basano le convinzioni di chi nega l’influsso dei cavi sulle prerogative della riproduzione audio riguarda l’assenza di misure atte a comprovare le differenze percepibili all’ascolto tra esemplari diversi.

Innanzitutto si dovrebbe spiegare per quale motivo una differenza percepita costantemente da una platea di soggetti sufficientemente ampia e non in via episodica non possa rappresentare già di per sé stessa una prova, ma necessiti di ulteriori dimostrazioni. Che oltretutto ci si attendono da dispositivi che hanno già dimostrato oltre ogni ipotesi contraria di non poter dare risposte di sorta, se non sui parametri più rudimentali, o meglio primitivi, inerenti la riproduzione sonora. E quel che è peggio sostanzialmente decorrelati da quella che è l’esperienza d’ascolto. Tanto è vero che dopo vari decenni di tentativi andati sistematicamente a vuoto, c’è qualcuno che a livello più o meno ufficiale ancora persegue la correlazione tra misure e sensazioni d’ascolto, con testardaggine degna di ben altra causa. Senza capire o forse solo trascurando minuziosamente, dato che se ne prendesse atto dovrebbe ammettere il proprio fallimento, che se non l’ha trovata in tanto tempo difficilmente riuscirà mai nel suo intento.

Per il semplice motivo che le due cose non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra.

A mio avviso proprio la necessità di trovare un riscontro numerico è a sua volta una prova, e tra le più attendibili, della scarsa fiducia che chi si crea problemi simili ha nei confronti del proprio udito e quindi delle proprie facoltà percettive. Che pertanto non devono essere particolarmente raffinate se persino il suo possessore le ritiene prive di credito.

Potrebbe trattarsi di una questione d’insicurezza. Come quella distribuita a piene mani e in maniera sistematica dalla pubblicistica di settore, al fine di giustificare la sua stessa esistenza. Oppure come quella mostrata da coloro i quali, in un’epoca ormai lontana, avevano bisogno della recensione dell’incompetente di turno per essere sicuri che l’ultimo LP comperato fosse realmente meritevole. Le recensioni pubblicate dalle riviste musicali le leggevo anch’io, ma se un disco mi piaceva o meno poteva esserci scritta quel che si voleva. Poi magari in seguito avrei cambiato idea, ma sempre e solo in base alle mie valutazioni e sensazioni personali.

Per prima cosa, allora, cerchiamo di recuperare il valore delle nostre impresssioni, iniziando a costruirci una facoltà di giudizio, a sua volta basata sull’esperienza, senza sentire la necessità di sottoporne la liceità a qualcun altro. In sostanza, cerchiamo di tornare a ragionare con la nostra testa.

Il cavo di alimentazione per finali di potenza media ed elevata Audio 2C Zen A-1

 

Detto questo, rileviamo che se si va alla ricerca di discrepanze percepibili all’ascolto tra un cavo e l’altro, non basta che vi sia un margine che permetta alla loro diversa sottrattività di evidenziare i suoi effetti. Occorre anche che gli esemplari messi a confronto siano effettivamente diversi: per struttura, materiali, conduttori, isolanti, terminazioni e così via. Viceversa le vaiazioni di colori, decorazioni, confezioni, denominazioni dei materiali, marchi e prezzi di vendita, non presuppongono assolutamente diversità strutturali capaci di influire sul comportamento concreto di ciascun cavo. Anche se poi sono le cose che tanti appassionati potrebbero guardare maggiormente, sotto l’influsso subdolo della pubblicità, palese o occulta che sia.

Quindi non è assolutamente da dare per scontato, malgrado se ne abbia l’impressione proprio in base agli elementi di facciata, che il confronto da noi realizzato veda di fronte cavi effettivamente diversi. Anzi, proprio per via della massificazione oggi imperante, che prevede l’accentramento presso i medesimi stabilimenti di una produzione da eseguirsi per forza di cose su numeri sempre più grandi,  la differenziazione apparente tra prodotti diversi solo in base a elementi puramente di facciata e l’unificazione dei criteri realizzativi per questioni di abbattimento dei costi e di concorrenzialità, le probabilità di eseguire confronti tra cavi sostanzialmente uguali, pur essendo convinti del contrario, aumentano di giorno in giorno. E’ evidente allora che tra di essi non si potranno trovare differenze di sorta.

Questo però non andrà a suffragare le tesi dei cavoscettici, ma solo la realtà di fatto del sistema di produzione capitalistico, che quanto più procede nel suo perfezionarsi, tanto più va a contraddire, o meglio a eliminare alla radice le basi e le ragioni della sua stessa esistenza.

Dunque, prima di emettere giudizi sulla presenza o meno di eventuali migliorie in termini di qualità sonora, occorre non solo allestire un sistema capace di porle in evidenza, ma anche assicurarsi di eseguire un confronto tra cavi realmente diversi, cosa non facile da appurare.

 

La proporzionalità tra costi e prestazioni

Un ulteriore aspetto su cui chi rifiuta l’utilità dei cavi poggia le sue convinzioni riguarda la scarsa proporzionalità delle prestazioni nei confronti del prezzo di vendita, che nei casi peggiori determinerebbe l’incapacità di un cavo costoso di fare una differenza nei confronti di uno molto più economico tale da giustificare il suo prezzo.

In questo non hanno tutti i torti, ma si dovrebbe tenere conto che questo avviene non solo per i cavi ma anche tra le apparecchiature. Inoltre al proposito si deve rilevare di nuovo che, per farsi un’idea che abbia un minimo di verosimiglianza, occorre disporre di uno strumento di verifica adeguato agli scopi che ci si prefiggono. Nella fattispecie, allora, un confronto tra cavi di costo tanto diverso che abbia un senso andrà effettuato mediante un impianto capace di esprimere un potenziale in termini di qualità sonora pienamente all’altezza del cavo più costoso. Ossia dotato di un margine prestazionale sufficientemente elevato a far si che le dìifferenze esistenti in termini di sottrattività tra un cavo mediocre e uno di grande raffinatezza possiano evidenziarsi in maniera adeguata.

E’ evidente quindi che se un impianto è caratterizzato da sonorità fortemente limitate qualitativamente, proprio come quelli funzionanti in tante sale d’ascolto, anche il cavo migliore di questo mondo non potrà mai “inventare” una qualità sonora che non c’è.

Questo perché, lo ripetiamo ancora una volta, il cavo ha di per sé un influsso in larga parte, anche se non esclusivamente, sottrattivo riguardo alla qualità sonora. La differenza allora è percepibile solo nel caso vi sia un margine adeguato a far si che la diversa sottrattività tra due cavi possa esprimersi compiutamente.

Se tale sottrazione non avviene, proprio in mancanza delle doti necessarie da parte dell’impianto, che quindi sono talmente mediocri da non andare oltre a quelle del cavo peggiore tra quelli a confronto, è evidente che anche passando a qualcosa di enormemente migliore non si rileveranno variazioni di sorta oppure solo in misura marginale.

Dunque deve essere il cavo a fare da collo di bottiglia alle doti dell’impianto e non viceversa. Altrimenti sarà migliorando l’impianto, fermo restando il cavo, che si potranno eventualmente verificare delle variazioni. Sempreché le limitazioni del cavo stesso non le taglino via.

 

L’aspetto tecnico e quello commerciale

Riguardo a quanto appena detto, per la giusta attribuzione di merito nei confronti di un cavo c’è anche un altro elemento che ricopre grande importanza.

Si tratta della capacità di tenere distinto l’aspetto tecnico da quello commerciale. Tra di essi invece si tende a fare parecchia confusione. Oggi più che mai il prezzo di un oggetto, e quindi anche di un cavo, viene stabilito non in base ai suoi costi produttivi o alle sue caratteristiche tecniche e musicali, ma a seguito di considerazioni di tipo completamente diverso. Volte spesso ad attribuirgli una connotazione di eccellenza non a partire dalle sue effettive caratteristiche, ma proprio mediante il prezzo di vendita.

Stiamo parlando della politica del cosiddetto Premium Price, che nell’ambito dei cavi sembra trovare un’applicazione piuttosto ampia e diligente. Qui ci troviamo di fronte a un altro elemento su cui ai cavoscettici, per quanto indirettamente, non si possono dare tutti i torti. Vediamo il perché.

Immaginiamo di essere un gruppo di amici che ha soldi da investire e, in quanto formato da appassionati di riproduzione sonora, decide di farlo appunto mediante la realizzazione di una linea di cavi da commercializzare in seguito.

Affinché il prodotto abbia una qualche possibilità di diffusione, prima ancora che di successo, la sua necessità di fondo riguarda la presenza in un numero sufficientemente ampio di punti vendita al dettaglio. Notoriamente i loro gestori scelgono i prodotti da commercializzare in base a due fattori primari: la quantità di guadagno che si può realizzare per il loro tramite e i costi che è necessario affrontare per approvvigionarsene. Già questo pone una serie di limitazioni enormi alle qualità intrinseche del prodotto, ma per ora lasciamo da parte considerazioni simili.

Per realizzare un numero di esemplari sufficiente, affinché il nostro prodotto abbia una reperibilità sufficiente, abbiamo di fronte due strade.

La prima riguarda l’acquisto dei macchinari necessari a realizzare materialmente i nostri cavi e il loro posizionamento all’interno di locali adeguati. Questo comporta costi rilevanti, che andranno a gravare sull’aspetto più criticato dei cavi speciali, ossia il costo del prodotto finito, ritenuto in genere troppo elevato.

La seconda è maggiormente praticabile e riguarda l’affidare la produzione dei nostri cavi a un fabbricante in conto terzi. Ce ne sono parecchi in giro e la maggior parte di essi sarà felicissima di realizzare i cavi che desideriamo, una volta ricevuta la necessaria assicurazione sulla nostra solvibilità.

Per quanto detto sopra, si può ipotizzare che questa sia la strada seguita dalla maggior parte dei marchi oggi presenti sul mercato. Anche qui però sorge un problema: alzare ogni mattina la saracinesca di una fabbrica qualsiasi ha i suoi costi, che sono ragguardevoli. Quindi è probabile che un fabbricante di cavi non prosegua nella sua attività grazie ai quattro pazzi che desiderano il cavo speciale per il loro impianto, ma perché realizza il prodotto maggiormente richiesto dal mercato, ossia quello per impiantistica, per uso civile, per edilizia, per le illuminazioni stradali e così via.

Pertanto le sue macchine, fabbricate a loro volta da impianti ancora più costosi da gestire e quindi legati ancora più strettamente alla realtà contingente del mercato, nascono e sono impostate per quel tipo di fabbricazione, che riguarda quasi esclusivamente cavi che servono in sostanza a far funzionare frigoriferi e lavatrici. Ma come abbiamo detto proprio in “L’hi-fi non è una lampadina“, le necessità di un cavo destinato alla conduzione di un segnale audio sono molto diverse da quelle che servono per accendere le lampade di un semaforo o a far funzionare un congelatore.

Di conseguenza, il contoterzista cui ci rivolgeremo non potrà che fornirci cavo di un certo tipo. Magari colorato e finito nel modo a noi più gradito, ma la ciccia resta la stessa. A meno di non approntare e destinare una linea di produzione esclusivamente al nostro ordine, con i costi che ne conseguirebbero. Il che ci riporta dritti ai problemi tipici della prima opzione. Con in più l’aggravante che nei costi del prodotto andranno compresi non solo i nostri guadagni, che sono necessari a far si che la nostra impresa non resti in piedi solo nello spazio di un mattino, ma anche i suoi.

Ecco spiegata la motivazione della mediocrità e della sostanziale equivalenza di tanta parte del prodotto industriale oggi reperibile in commercio, rispetto alla quale ancora una volta ai cavoscettici non si possono dare tutti i torti. Se non quello di confondere gli aspetti commerciali e produttivi con quelli tecnici. Che sono invece tutt’altra cosa.

Quindi già a livello di produzione, una diversificazione tra prodotti consimili non può che avvenire mediante gli aspetti che colpiscono maggiormente la fantasia dell’acquirente potenziale, ma non per questo permettono variazioni sostanziali a livello tecnico e prestazionale. Il primo ovviamente è il prezzo di vendita, proprio perché al pubblico è stato insegnato a dare per scontata una qualità maggiore se il prezzo è più alto, quando ormai quest’ultimo è quasi soltanto il frutto di scelte precise a livello di politica commerciale.

Sempre per motivi di politica commerciale si cerca di attribuire ai diversi cavi prerogative che siano le più riconoscibili dall’acquirente, anche se sono insignificanti o quasi dal punto di vista tecnico e del comportamento sul campo, dato che è proprio su di esse che si effettua la scelta nella maggioranza dei casi.

Dunque, come abbiamo abbiamo visto la scarsa diversificazione dei prodotti a livello prestazionale, sia pure a dispetto di prezzi molto dissimili, non ha nulla a che vedere con le capacità di un cavo di esprimere prestazioni all’altezza, ma deriva soprattutto dalle limitazioni indotte dal sistema economico e sociale nel quale viviamo. Che riconosce esclusivamente la legge del profitto, disinteressandosi completamente del merito del prodotto. Anzi, come ci insegna la storia di questo settore, realizzare un prodotto troppo meritevole può causare problemi tali da porre un serio pregiudizio alla continuazione dell’attività.

 

La confusione tra causa ed effetto

Un’altra consuetudine alquanto diffusa riguarda la leggenda che se è percepibile una differenza tra due esemplari di cavo, la colpa  è da imputare a manchevolezze delle apparecchiature collegate per il loro tramite.

Le cose invece stanno nel modo opposto, come è già stato spiegato in questo spazio. Proprio perché se emergono differenze mediante il cambio di un cavo con un altro, lo si deve esclusivamente al fatto che uno dei due penalizza in maniera sensibilmente maggiore le caratteristiche sonore dell’impanto che lo ospita. Il quale a sua volta non può che possedere intrinsecamente il margine necessario affinché tale differenza qualitativa vada a materializzarsi. Quindi è il cavo peggiore a essere inadeguato e non certo l’impianto.

Questa posizione sembra diffusa tra chi si qualifica come tecnico della materia, malgrado dia l’impressione di derivare dalla mancata comprensione della differenza tra causa ed effetto. Non in termini astratti o generali, ma per il caso concreto che in definitiva dà luogo a un vero e proprio testa-coda di ordine concettuale, con le altrettanto inevitabili ripercussioni di ordine pratico. Ecco perché non c’è da stupirsi se nella verifica delle doti sonore delle catene allestite da questa tipologia di persone, si rilevano di frequente limitazioni marchiane e manchevolezze ai limiti dell’accettabile, proprio per quel che riguarda la qualità sonora, malgrado siano allestite sovente con apparecchiature di costo elevato. Ciò avviene per il semplice motivo che tutte le conoscenze tecniche vantate non permettono neppure di mettere quelle apparecchiature nelle condizioni di esprimere non dico appieno, ma almeno in parte accettabile il loro potenziale.

Malgrado ciò si esprimono opinioni che sono tutto il contrario di quanto avviene nella realtà, pretendendo di innalzarle al rango di legge universale. Proprio perché da che mondo è mondo non è l’impianto migliore ma quello peggiore a non reagire, non solo all’impiego di cavi di qualità maggiore ma anche a qualsiasi altro intervento di messa a punto.

Tutto ciò a sua volta getta un’ombra particolarmente pesante sui fondamenti di quella sorta di pseudo-cultura tecnica, proprio per via della pochezza dei risultati concreti che per il suo tramite si riescono a esprimere.

L’elemento più curioso a questo riguardo è che anche mettendo per un attimo da parte certe questioni, nessuno di quanti insistono sulle posizioniu appena descritte si sente mai in dovere, nel momento in cui vi fa riferimento, di specificare quali sarebbero queste apparecchiature progettate talmente bene da non risentire in alcun caso della qualità del cavo con cui le si collega le une alle altre. E tantomeno su quali elementi materiali si esplicherebbe questa pretesa superiorità.

Della sostanza contenuta in prese di posizione simili c’è stata una riprova direi esplicita nel corso dell’ultima edizione del Roma High Fidelity, evento nel quale l’impianto peggiore della manifestazione ha evidenziato come meglio non si potrebbe il suo derivare da un approccio tendente a considerare soltanto elementi di ordine quantitativo, rispetto ai quali in effetti vi è stato un dispendio di generosità fin quasi estrema. Ma priva della necessaria attenzione per le questioni inerenti l’abbinamento e l’equilibrio con le condizioni di contorno entro le quali è andato a inserirsi. Tutto ciò ha dimostrato per l’ennesima volta, e nel modo più comprensibile, che procedere in tal modo porta a risultati indistinguibili da quelli ottenuti da Jack Nicholson in “Shining”, nella scena in cui brandiva la sua motosega. Non è dato sapere quale contributo in termini di verosimiglianza ne possa derivare per un contrabbasso suonato con l’archetto o qualsiasi altro strumento alla cui riproduzione si voglia attribuire il più lontano barlume di musicalità. .

Direi anzi che quel modo di procedere sia il migliore per dar vita a qualcosa che si avvicina molto di più al sottotitolo di quel film: “A masterpiece of modern horror”, che tradotto sta per “Un capolavoro dell’orrore moderno”. A merito degli artefici di quell’impianto così sfortunato, va dato atto che, per quanto dell’orrore applicato alla riproduzione sonora, sempre di un capolavoro si è trattato.

 

Il cavo, dove e quanto?

Un ulteriore aspetto trascurato dai cavoscettici, e anche dalla stragrande maggioranza degli appassionati, è che limitandosi alle connessioni tra un’apparecchiatura e l’altra di quelle che compongono l’impianto, si interviene solo su una parte dei cavi presenti in esso, che potrebbe essere persino minoritaria.

Infatti nei cabinet di sorgenti, amplificazioni e diffusori è presente la cosiddetta cablatura interna, che in base ai principi esposti in “Quello che si vede è di camicia”  molto spesso è eseguita al risparmio e comunque con materiali inadeguati.

Soprattutto va considerato che in alcuni casi la lunghezza totale dei cablaggi interni può eccedere quella dei cavi esterni di collegamento. E quindi per forza di cose acquisire un rilievo maggiore sul deestino prestazionale di tutto il sistema.

Ma se gli appassionati dedicano ai cavi di collegamento tanta cura, investendovi a volte somme ragguardevoli, in genere tralasciano completamente quelli celati alla vista, coi risultati che è facile immaginare.

Del resto neppure l’oggetto migliore di questo mondo può fare prodigi se va a interessare soltanto una parte minoritaria del complessivo inerente le funzioni che è chiamato ad assolvere.

A questo riguardo mi piace sempre fare riferimento a una coppia di grandi diffusori monitor da studio realizzati da uno dei marchi più stimati al riguardo. In occasione del rifacimento del crossover e del cablaggio interno che ho curato, da quei diffusori è uscita la bellezza di 12 metri di cavo di qualità infima, la cui sostituzione già di per sé ha causato un salto molto importante ai fini della qualità sonora, crossover a parte.

Trascurandolo, in sostanza quali risultati otteniamo? Acquistiamo il cavo migliore per il collegamento di un paio di metri o poco più tra le uscite dell’amplificatore e i morsetti d’ingresso dei diffusori, disinteressandoci di tutto ciò che accade dopo di essi. In linea di principio non vi è differenza alcuna dall’azione commendevole di quegli amministratori della cosa pubblica che realizzano autostrade monumentali a sei o a otto corsie e poi le fanno sfociare in budelli strettissimi, causando per forza di cose ingorghi epocali. Sui quali l’amministrazione dello Stato incamera cifre colossali, dato che dell’enorme spreco di carburanti che ne deriva, il 70% dei costi va in tasse, accise e tasse sulle tasse. Altro che lotta all’inquinamento…

Ecco, quello che accade nei nostri impianti lasciando al loro destino certi particolari, è proprio la stessa cosa.

 

(continua)

 

 

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