Cambio di paradigma

L’avvento di internet ha modificato profondamente la realtà dell’informazione, di molti settori merceologici e persino del modo di vivere della maggior parte degli individui. Quantomeno di quelli in grado di connettersi alla rete, tutti gli altri sono stati relegati alla sorta di casta di paria penalizzata dal cosiddetto “digital divide”..

Il settore della riproduzione sonora è tra quelli che hanno maggiormente risentito del cambiamento. Come al solito, se volessimo analizzare con un minimo di completezza i diversi aspetti di tali ripercussioni, sarebbe necessaria una quantità di spazio fin troppo grande. Per il momento allora ci limitiamo ad affrontarne una delle più significative. Delle altre ci occuperemo con articoli specifici, nei quali sarà possibile analizzarle più a fondo.

Per molti anni, parlando con appassionati di riproduzione sonora e aspiranti tali, riguardo a possibilità e modalità di allestimento di un impianto capace di dare il giusto rilievo prima di tutto alla musica, mi sono sentito ripetere quasi sempre la stessa cosa, come si trattasse di un mantra: se devo comperare un amplificatore, una sorgente o un diffusore, deve essere definitivo.

Questa asserzione mi ha sempre lasciato perplesso: innanzitutto per la difficoltà di dare un significato concreto a tale definizione. Tantopiù in un settore come il nostro, caratterizzato da cicli di rinnovamento alquanto serrati e ancor più da un progressivo mutare di conoscenze, percezioni e sensibilità che vanno a modificarne ripetutamente il contesto.

A parte questo, vediamo che se neppure a un rapporto di coppia, a un’abitazione, a una professione o a uno stile di vita si può attribuire una connotazione definitiva, per quale motivo dovrebbe esserlo un’apparecchiatura audio affinché se ne prenda in considerazione l’acquisto?

Le prime volte in cui mi sono sentito dare una risposta del genere sono rimasto spaesato, proprio per la difficoltà da parte mia di coniugare il concetto di definitivo con un oggetto destinato alla riproduzione sonora. A furia di sentirmi ripetere la stessa solfa, oltretutto dalle persone più disparate, mi sono trovato costretto a riflettere al riguardo, per arrivare a conclusioni basate principalmente su due motivazioni diverse, di cui una non esclude l’altra.

La prima riguarda la volontà di prendere in considerazione soltanto cose definitive come un modo per svicolare di fronte al problema, rimandandolo a data da destinarsi, con la scusa che non vi siano in sostanza apparecchiature tali da soddisfare le proprie esigenze. Si tratta insomma di una sorta di inganno nei confronti di sé stessi nonché di quelli altrui. Cosa che a me ha sempre dato grande fastidio, perché se ci si vuole prendere in giro da soli, pace, ma che vi si voglia coinvolgere i propri interlocutori, ponendoli oltretutto di fronte all’obbligo di reggere il gioco, mi sembra alquanto fuori luogo. Prima di tutto sotto il profilo etico e del rapporto con il prossimo.

L’altra è da addebitarsi come accade fin troppo spesso in questo spazio alle abitudini, sovente conseguenti alle limitazioni concettuali, e agli interessi, della pubblicistica di settore, che a lungo ha insistito proprio sul concetto dell’apparecchiatura definitiva. Strumento semplice e sbrigativo per attribuire una connotazione ben precisa agli oggetti appartenenti a una certa classe, soprattutto nel momento in cui si rende necessario inserirli in un ambito esclusivo, a prescindere dall’esistenza o meno dei presupposti al riguardo.

Dunque, assurgere allo status di “definitivo” non è questione di doti sonore e musicalità, ma di censo. Ecco perché sono state definite tali soprattutto le apparecchiature al vertice del listino dei marchi che a suon di pubblicità e mistificazioni si sono costruiti l’immagine più prestigiosa. Come di consueto, poi, il settore editoriale dimostra grande riverenza e sensibilità nei confronti dei più piccoli bisogni di chi è pronto a firmare i contratti pubblicitari più sontuosi. In esso oltretutto opera personale dalla singolare prontezza nel comprendere all’istante dove il padrone vuole si attacchi il cavallo, e senza che vi sia bisogno non dico di spiegarlo ma persino di accennare vagamente alla cosa. Proprio perché le leggi non scritte sono le più efficaci.

Così gli oggetti a cui si è voluta attribuire la rilevanza maggiore, per molto tempo si sono visti attribuire l’appellativo di definitivo. Trattandosi poi di quelli verso cui l’attenzione del pubblico è stata indotta a rivolgersi più assiduamente, un po’ per la predisposizione alla ripetizione in automatico da parte di quello meno incline alla riflessione indipendente, ma anche per l’uso reiterato degli strumenti e i trucchi del caso, a un certo punto il parlare di definitivo è diventato di moda. Non solo riguardo alle apparecchiature più desiderate, ma anche per attribuirsi lo stato di iniziati necessario ad auto-includersi nella élite degli appassionati di riproduzione sonora. A furia di ripeterlo, il “definitivo” è diventato una necessità, che in seguito si è diffusa un po’ a tutti i livelli. Col risultato che quel concetto, inflazionandosi, ha finito con il diventare inservibile agli scopi che gli si erano conferiti originariamente, perdendo il suo valore originario.

Di pari passo si sono verificati altri due fenomeni: il primo riguardante la presa d’atto, o forse solo il sospetto, che l’oggetto cui si era attribuito il valore di definitivo forse poteva non essere tale. Dato che anche con il suo impiego, susseguente alla spesa affrontata per averlo a disposizione, l’insoddisfazione cronica non solo non veniva meno, ma rimaneva ben salda al suo posto, quando addirittura non aumentava. Per cui si manifestava l’esigenza di sbarazzarsi dell’oggetto che si era creduto definitivo, passando a quello affermatosi nel frattempo come “realmente definitivo”. Concetto mediante il quale la pubblicistica di settore non ha fatto altro che certificare la menzogna da essa stessa propagata fino all’istante precedente, ma con cui si è riusciti a tirare in lungo il gioco ancora per un po’, prima di scontrarsi definitivamente con le limitazioni insite nel linguaggio, che almeno per questa volta si sono rivelate salvifiche.

Il secondo fenomeno ha riguardato appunto il progressivo affermarsi di internet: tra le sue conseguenze anche il soppiantare per larga parte le reti commerciali basate sulle rivendite fisiche, che poco alla volta hanno ceduto il passo a quelle virtuali. L’arma primaria delle quali è stata il prezzo generalmente più basso e la disponibilità, spesso più apparente che reale, di un assortimento maggiore nel quale l’acquirente potesse scegliere. Un conto infatti è pubblicare una serie di fotografie in un sito di e-commerce, ben altro è avere la disponibilità concreta dell’oggetto in un vero negozio.

Nel primo caso infatti è sufficiente servirsi della logistica per continuare a sostenere quella che a tutti gli effetti non è altro che una simulazione. Credibile quanto si vuole ma che resta comunque tale. Nell’ipotesi che qualcuno clicchi sul pulsante di acquisto, basta rivolgersi al magazzino del distributore per far si che la consegna dell’oggetto avvenga nei tempi e modi dovuti. Viceversa i costi e gli impegni concernenti all’avere l’oggetto davvero a disposizione, e soprattutto poterlo dimostrare di fronte al cliente, presuppongono sforzi di ben altro rilievo.

Dunque le possibilità messe a disposizione da internet hanno favorito in primo luogo gli esercenti che si sono serviti di esso. Mentre gli appassionati, come al solito attratti soltanto dallo sconto, in conseguenza del quale c’è sempre da chiedersi di cosa lo siano realmente, se di riproduzione sonora oppure del riuscire a conservare nelle proprie tasche le quantità di denaro maggiori, si sono visti scaricare sulle spalle la maggior parte degli oneri conseguenti al cambiamento.

Il primo di essi è la possibilità di scegliere tra un numero di apparecchiature maggiore, ma senza avere modo di ascoltarle preventivamente o di metterle a confronto nell’uso pratico. Il che, almeno secondo i criteri tradizionali equivale a non poter effettuare la propria scelta su dati di fatto concreti come quelli che derivano da una verifica sul campo.

Ecco allora che si sono affermate due nuove tendenze. Da un lato il proliferare di quelli che vengono definiti o si auto-eleggono “opinion makers”, quasi mai in possesso della preparazione e della capacità di assolvere correttamente al compito che si sono attribuiti, datone il rapido proliferare in un campo in cui per iniziare solo a capire effettivamente qualcosa occorrono anni, se non decenni, ammesso e non concesso che ci si riesca. Per non parlare dell’esperienza, che non è e non potrà essere mai quella di un ragazzotto più o meno ambizioso messo a percentuale, oltretutto irrisoria, sulle vendite procurate tramite il suo parlare molto spesso senza sapere neppure cosa sta dicendo. Peggio ancora se si tratta di qualche appassionato alla ricerca di sconti oltremodo sostanziosi sulle apparecchiature che desidera. Tipologia forse ancor più diffusa, che allo scopo si mette a disposizione di chi può concedergli quanto desidera in cambio dei servigi inerenti un’azione di PR fai da te, eseguita sui forum e i social di settore mediante concetti scaturiti essenzialmente dalla sua fantasia. Per tralasciare poi cosa si cela sovente dietro gli pseudonimi che compaiono più di frequente sullo schermo, navigando alla ricerca di lumi, quasi sempre vana, in un sito, in un forum o in un gruppo di appassionati. Al di là della preparazione specifica e delle esperienze di ognuno, si tratta di una persona che fa certe cose semplicemente per passione o ha dietro le spalle un apparato più o meno esigente in termini di volume d’affari al quale deve rispondere?

La seconda delle tendenze che si sono affermate con il radicarsi della rete è stata allora una sempre maggiore necessità di rivendere le proprie apparecchiature, proprio perché scelte con metodi inadeguati. Via via ha assunto un ritmo vorticoso, proprio in conseguenza del fatto che se le modalità di acquisto tipiche dell’era di internet sono ideali per prodotti di largo consumo, non si attagliano a beni durevoli da scegliersi in base a una molteplicità, complessità e individualità di parametri e di verifiche materiali che l’e-commerce on line non è assolutamente in grado di assecondare.

Di qui innanzitutto la constatazione che il risparmio promesso dall’acquisto in rete è stato solo apparente, relativo esclusivamente all’istante dell’acquisto in sé e per sé, le cui conseguenze si rivelano poi per quelle che sono: una remissione senza pari della quale inizialmente si sono dovuti fare carico solo gli appassionati, ma che in breve si è andata a ripercuotere su tutta la filiera produttiva e commerciale.

Trovatosi nelle condizioni di dover rivendere al più presto ciò che aveva scelto in modo non congruo, peredendo oltretutto una quantità di denaro quasi mai indifferente, l’appassionato infine ha capito la lezione, che consiste nella ormai totale assenza di convenienza nell’acquisto del nuovo, a parte quello più economico, qualunque sia lo sconto praticato rispetto al listino. Meglio rivolgersi all’usato, che almeno se insoddisfacente può essere rivenduto più o meno al prezzo che lo si è pagato.

Va bene, si potrebbe pensare, per alimentare il circuito dell’usato c’è comunque bisogno del nuovo. No, perché le apparecchiature in circolazione sono più che sufficienti a sostenere il volume degli scambi sui mercatini degli oggetti di seconda mano, che ha assunto a sua volta un andamento vorticoso. Proprio in considerazione del fatto che lo stesso oggetto può essere scambiato più volte e che una scelta non del tutto appropriata ha conseguenze “soltanto” in ordine di disappunto e perdita di tempo, dato che come si è acquistato si riesce a rivendere senza soverchi problemi.

Eccoci arrivati al cambio di paradigma che dà il titolo a questo articolo, o meglio al vero e proprio capovolgimento della realtà riguardante il mercato delle apparecchiature audio.

Lo status di definitivo, che fino a pochi anni fa era considerato irrinunciabile, non ha più alcun valore e anzi rappresenta un elemento negativo. Oggi l’importante è che l’oggetto sia in primo luogo rivendibile, presto e bene.

Nulla di grave, in fondo, si potrebbe pensare. Invece no, proprio perché l’oggetto rivendibile ha ancor meno a che vedere con i bisogni tipici della riproduzione sonora. E’ tale quando trova un compratore in poco tempo e senza remissione, di conseguenza è quello più gradito ai più. Il che equivale all’obbligo di dover restringere la propria scelta a una determinata tipologia di apparecchiature e di marchi. Che a sua volta implica difficoltà sempre maggiori nel trovare soddisfazione in ciò che si compra, quanto più si hanno esperienza ed esigenze di un certo tipo, per forza di cose lontane e più stringenti da quelle di maggior diffusione.

Risultato, una massificazione ancora più schiacciante, sinonimo di impossibilità di soddisfare desideri che non siano del tutto sovrapponibili a quelli più comuni.

Il prodotto audio invece continua a caratterizzarsi in primo luogo per le sue doti sonore e quindi per il grado di soddisfazione che è in grado di dare al suo utilizzatore, in base a esigenze profondamente individuali, che presuppongono caratteristiche di un certo tipo e che non di rado si riescono ad apprezzare a fondo solo nel medio-lungo termine. In quest’ottica la rivendibilità quale criterio primario palesa la sua realtà di assoluto controsenso, oltreché di metodo migliore per restare sempre più lontani dal raggiungimento dei propri obiettivi.

Sono queste le conseguenze di quello che a prima vista è sembrato regalarci un grado di libertà incomparabilmente maggiore, e all’atto pratico si rivela invece fonte di costrizioni intollerabili e soprattutto non aggirabili, se non a prezzo di gravi rischi e di remissioni di denaro altrettanto ragguardevoli.

Corollario di questa nuova realtà è il trasformarsi dell’appassionato in una sorta di piccolo commerciante, perennemente intento a trafficare in apparecchiature audio. Attività che può anche essere divertente e al limite remunerativa, ma che in realtà sottrae tempo all’attività primaria relativa alla riproduzione audio: l’ascolto della musica.

Già il tempo libero è un bene che diventa sempre più raro, e quindi prezioso. Sinceramente non so fino a che punto sia conveniente sprecarlo in questo perenne vendere e comperare apparecchiature. Che oltretutto prevede il compulsare siti, forum e social  alla caccia dell’affare, del compratore, della quotazione giusta e dell’apparecchiatura che prometta di essere la più commerciale o meglio il vero e proprio “assegno circolare”. Status sovente attribuito proprio a quelle che suonano peggio, per una somma di motivazioni che sono evidenti e quindi non mi dilungo ulteriormente a enumerare.

Si diventa schiavi, insomma, di una sorta di isteria collettiva, pronti a dare sulla voce a qualsiasi commento negativo vada a colpire l’apparecchiatura che si voglia comperare, si possieda o ci si prepari a rivendere, per timore che possa causare un calo imprevisto delle sue quotazioni. Ci si infila allora in queste battaglie vie tastiera, che quasi sempre trascendono in rissa, con il contorno di insulti, attribuzioni reciproche di incompetenza, sordità e altre piacevolezze simili.

Conseguenza, l’imposizione del pensiero unico, da cui l’appiattimento dei giudizi sulle liturgie deprecabili della pubblicistica di settore intenta unicamente a parlare bene, sempre e di tutto, a sua volta origine della spinta all’incapacità di formulazione di qualsivoglia valutazione e dunque del colpevolizzare chiunque non si assoggetti all’abdicazione al pensiero autonomo, mediante l’accusa di psicoreato.

Tutto questo ha causato il relegare ancor più sullo sfondo le prerogative un tempo primarie di una qualsiasi apparecchiatura audio: le sue doti sonore e la capacità di soddisfare il suo possessore anche e soprattutto a lungo termine. Sostituite da cose che ormai non hanno più nulla a che vedere, con il risultato di snaturare completamente l’attività prevalente di un qualsiasi appassionato di riproduzione sonora. Da hobby è diventata una sorta di secondo lavoro, stante il cumulo di mansioni comportato dalla realtà attuale centrata su uno scambio senza requie. Ovvio che in uno scenario del genere la crescita a livello culturale, di esperienza e di sensibilità che rappresentavano il maggiore valore aggiunto derivante dal dedicarsi all’ascolto della musica e alla sua riproduzione qualitativamente elevata siano ormai un ricordo: oggi l’appassionato-tipo ricorda soprattutto una sorta di agente di borsa, interessato soprattutto a questioni che hanno a che fare in primo luogo col denaro.

La dimensione umanistica della riproduzione musicale, elemento di crescita a livello etico e di valori viene destituita di qualsiasi rilievo, sopraffatta dagli elementi più grettamente e squallidamente materiali, propedeutici all’esaltazione dell’egoismo di ognuno e alla distruzione del concetto di comunità, sostituita da una massa di singoli in conflitto perenne e insanabile l’uno nei confronti dell’altro. Per la conquista dell’oggetto agognato, per i dieci euro in più o in meno sulla singola transazione, nella disputa di un compratore con altri venditori. Davvero un bel quadro.

Un altro fenomeno che discende dalle condizioni prodotte dalla rete è lo spostarsi su e giù lungo la penisola, e talvolta oltreconfine, di una massa crescente di appassionati. Da un lato perché i negozi fisici presso cui ascoltare effettivamente i prodotti di proprio interesse sono sempre meno, e quindi diventano meta di una sorta di pellegrinaggio, dall’altro perché la compravendita di apparecchiature più importanti di tanto si preferisce svolgerla di persona, non fosse che per non affidare alle mani di un corriere, in genere inadeguate, la loro intrinseca fragilità.

Tutto questo comporta ovviamente altre spese, spesso non indifferenti, che vanno ad aggiungersi all’aggravio concreto prodotto dalle modalità di acquisto on-line, quelle che al loro apparire promettevano risparmi considerevoli.

Il progressivo diradarsi dei punti-vendita materiali, stante la chiusura di quelli che non sono riusciti a reggere l’urto di internet, ha avuto poi la conseguenza di lasciare una certa quantità di spazio alle attività artigianali. Pian piano vanno ad acquisire l’attenzione di un certo numero di appassionati, per quanto ancora largamente minoritario, stufo delle mediocrità sempre più evidenti e irrecuperabili degli oggetti di produzione industriale, come delle contraddizioni irrisolvibili del commercio in rete. Questa fascia di pubblico trova anche il conforto delle salette messe a sua disposizione nel nuovo contesto, magari lontano dallo sfarzo tipico dei rivenditori più affermati, esibito ed esaltato sempre a spese dei compratori, va tenuto presente, ma forse più vicino alle condizioni reali in cui si svolge l’ascolto dell’oggetto o dell’intero impianto, una volta portato in casa propria. Anche questo non è un elemento da poco, almeno per chi ha un minimo di esperienza, dato che la scarsa corrispondenza di quanto verificato in negozio con quel che ci si ritrova ad avere nella propria abitazione è sempre stato uno tra i problemi maggiormente lamentati dagli appassionati di ogni epoca.

Un ulteriore elemento a favore degli oggetti artigianali è la loro ampia possibilità di personalizzazione. Non è più l’appassionato a dover adattare le proprie esigenze alla produzione massificata di tipo industriale, che pretende di ridurre tutto a quel che più conviene alle proprie logiche, profondamente insoddisfacenti per le necessità individuali proprie del pubblico più esperto, ma è l’apparecchiatura ad andare incontro ad esse. Secondo un approccio finalmente disponibile a riconoscere la realtà che più che mai in campo audio non ci può essere una verità uguale per tutti, ma che per ottenere determinati risultati, non solo nella saletta dimostrativa ma distribuiti su un numero di appassionati il più ampio possibile, comporta per forza di cose di un grado di flessibilità cui il prodotto di serie è e rimarrà sempre indisponibile.

In base questo concetto, le possibilità di giungere finalmente a un grado superiore di soddisfazione sono significativamente maggiori. Un buon artigiano non ha alcun problema ad adattare o meglio a intervenire sulla personalità sonora di una data apparecchiatura, in funzione delle caratteristiche dell’impianto e dell’ambiente in cui andrà a inserirsi.

A questo proposito va tenuta presente l’inconsistenza di un luogo comune, che proprio per questo è tra i più difficili a morire, attribuito alla produzione artigianale. Riguarda appunto la difficoltà nel rivendere, che è probabile si riduca mano a mano che il ricorso ad essa andrà diffondendosi, stante il preteso valore zero dell’apparecchiatura artigianale usata. In realtà si tratta di un problema più apparente che reale. Vediamo il perché: comperando un prodotto industriale, poniamo a 5000 euro, quando lo si va a rivendere si rientra di 2000 se va bene, con una perdita secca di 3000 euro. Per un oggetto artigianale di prestazioni almeno pari ma quasi sicuramente superiori basteranno invece 3000 euro o forse meno. Quindi si comincia con il tenerne in tasca 2000. Se nel momento in cui si decide di sostituirlo non si riuscirà a rivenderlo, si potrà sempre regalarlo, gesto che ha il suo valore, per quanto agli occhi di chi è convinto di essere appassionato di musica e hi-fi ma pensa solo al denaro potrebbe essere trascurabile. In ogni caso si saranno persi gli stessi 3000 euro, ma si sarà fatta felice un’altra persona.

Resta comunque una differenza sostanziale tra le due opzioni: ricorrendo all’oggetto artigianale si sarà utilizzata un’apparecchiatura più esclusiva, musicalmente migliore, più adattabile alle esigenze individuali e di maggiore flessibilità. Il che significa anche dalle ampie potenzialità di evoluzione che viceversa sono nulle o quasi per il prodotto industriale, a meno di non affidarlo al solito artigiano. Possibilità di evoluzione equivale a capacità di rispondere positivamente alle esigenze dell’utilizzatore, accresciute col passare del tempo, qualora se ne senta la necessità.

Senza contare che il vero valore di un’apparecchiatura audio è data dalla soddisfazione derivante dal suo impiego e non dal denaro che si recupera vendendola. Anzi, proprio perché si è costretti a venderla, vuol dire che vale poco o nulla. Elemento questo che va sostanziare ulteriormente l’assurdità di un simile modo di fare: se ho qualcosa di buono me lo tengo stretto.

Argomentazioni simili sono fuggite come la peste dalla pubblicistica di settore, per il semplice motivo che difficilmente l’artigiano ha capacità economiche tali da poter affrontare i costi della pubblicità. Men che mai in misura paragonabile a quella di un costruttore di livello industriale o di un distributore, ossia colui che compra e vende ad altri venditori. Ecco l’origine di tanta insistenza sulla definizione di “cantinaro” coniata non a caso dalla stampa specializzata, in quanto colpevole di non pagare il tributo a quella che è essenzialmente una casta parassitaria e pretende di essere finanziata mediante la creazione di costi che in ultima analisi si vanno a scaricare sul pubblico, sul quale esercita un’opera di circonvenzione. Non di incapaci, bensì di persone in origine perfettamente in grado di intendere e di volere, ma che essa con il suo continuo martellare di menzogne, insulsaggini e luoghi comuni rende tali a uso e consumo dei propri committenti.

Elemento finale, di questo articolo, e collaterale all’attività incessante di acquisto e vendita eseguita da tanti appassionati in funzione delle condizioni causate dall’avvento e dal consolidarsi della rete, è l’aumento a dismisura per l’attenzione rivolta alle apparecchiature. Il traffico di fotografie, presentazioni, condivisioni sui social, pubblicità camuffate da prova tecnica, misure da parte di persone non in grado di comprendere neppure cosa stanno misurando realmente, l’alluvione di commenti, di diatribe, di “mi piace” e così via, sono sintomi di una falsa passione che va ad alimentare quello che a tutti gli effetti è un processo di alienazione delle sue vittime, più o meno consapevoli. Il suo effetto è di catturare ancor più l’attenzione del pubblico sulle apparecchiature, che da strumento si sono trasformate in fine. E ancora non basta perché così facendo di esse si rende di gran lunga più importante il contenitore rispetto al contenuto.

Si tratta peraltro dell’obiettivo a lungo perseguito da qualsiasi fabbricante e da tutta la filiera che lo segue, storicamente insofferenti della subordinazione che per forza di cose, fino a che è rimasto un minimo di raziocinio nel pensiero comune, il mezzo di riproduzione ha comunque mantenuto nei confronti della musica. Che è e resta l’unico motivo della sua esistenza. Ora invece la musica, le caratteristiche e le qualità della sua riproduzione, la soddisfazione e la crescita culturale che se ne ricavano sono derubricate tra le varie ed eventuali.

L’importante è l’apparecchiatura, assurta al centro di tutto e non di rado oggetto di idolatria, vera e propria adorazione nei confronti del feticcio. Gli elementi preminenti sono allora il suo aspetto, che deve essere il più possibile pacchiano e chiassoso proprio perché deve catturare l’attenzione innanzitutto in fotografia, e lo status che deriva dal suo possesso. Non solo in termini di costo e di prestigio ad essa connesso, ma anche riguardo al numero di oggetti che si possiedono, secondo la tendenza a un collezionismo che per forza di cose sottrae tempo, energie e risorse all’impiego e al perfezionamento di quello che si ha. Ancora una volta secondo una logica di mera accumulazione, e dell’attribuzione di importanza maggiore al numero, quale sinonimo di potenza. Proprio come preteso da chi vantava la capacità di mobilitare otto milioni di baionette, ma non teneva conto della mancanza del numero di fucili necessario a innestarle. Concetto in linea di principio intercambiabile con il misurismo acefalo che non è capace di distinguere quantità da qualità, e malgrado ciò pretenderebbe ancora di imporre la sua legge, obsoleta da decenni. Alla quale tanti malgrado tutto obbediscono ancora, e proprio per questo non riescono ad allestire un impianto che possa avere somiglianza, anche la più remota, con l’evento reale.

Tutta questa attività frenetica, o meglio del circolo vizioso costituito dal compero tanto per comprare, dato che so già che non mi piace, rivendo, ricompro e così via diventa preponderante, assorbendo completamente l’appassionato. Che quindi perde di vista la necessità di perfezionare le condizioni d’impiego di quel che possiede per poterne trarre qualcosa di buono. Necessità che diventa tanto maggiore quanto più cresce la qualità degli oggetti, dato che se questi sono in grado di porre nell’evidenza migliore le sfumature della registrazione, non possono che fare altrettanto nei confronti dei problemi derivanti da condizioni d’impiego inadeguate. La conseguenza, allora, è che passando dall’ascolto quale veicolo di costruzione dell’esperienza che poi permette il perfezionamento dell’impianto a una perenne attività di compra-vendita, non si riesce a imparare nulla che non sia a livello commerciale. Dunque soltanto soldi, soldi e ancora soldi.

Per non parlare del pentitismo, che non è quello di mafiosi e camorristi, ma degli appassionati che si sono fatti trascinare nel vortice di compravendita dal quale finiscono per essere dominati, e per questo hanno ceduto oggetti che poi rimpiangono. Sia pure a distanza di tanti anni e si ripensano ancora al giorno in cui hanno deciso di disfarsene. Se ci si dedicasse un po’ più alla musica, al suo ascolto e si riflettesse maggiormente, probabilmente quel che si rimpiange tanto sarebbe ancora al suo posto e ci delizierebbe con la sua sonorità.

 

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