Audiosilente Blackstone Reference

C’è una prima volta per ogni cosa. Eccoci così alla prima prova di un’apparecchiatura che trova il suo spazio su II Sito Della Passione Audio.

Difficilmente si sarebbe potuto immaginare un esordio migliore, dato che per l’occasione ci occupiamo nientemeno che dell’Audiosilente Blackstone Reference.

Non si tratta soltanto di una tra le sorgenti analogiche più interessanti oggi disponibili, ma di un giradischi unico, per una lunga serie di particolarità concettuali e realizzative.

Ma soprattutto musicali.

Prima di tutto però dedichiamo qualche istante al suo realizzatore, Simone Lucchetti.

Se vogliamo la sua è una storia emblematica: grandissimo appassionato e cultore dell’analogico, ha iniziato revisionando giradischi, Thorens in particolare, per poi realizzare in proprio le parti necessarie, seguite da quelle per migliorarne la qualità sonora. Una su tutte la puleggia in acciaio rettificato atta a sostituire quella in plastica montata all’origine dal costruttore svizzero.

Gli accessori in grafite, pressori fonografici, conchiglie portatestina e corpi esterni per testine come quello pensato apposta per la Denon 103, sono un altro tra gli elementi distintivi per la produzione Audiosilente.

Del resto con questo particolare materiale, Simone ha un rapporto molto stretto, quindi ne conosce ogni prerogativa e ogni segreto.

Se vogliamo il giradischi Blackstone è un po’ un compendio tra questi due elementi. E’ realizzato completamente in grafite e utilizza un sistema di trazione assai particolare, della stessa tipologia di quello a suo tempo previsto per il Thorens TD 124, come noto la macchina di quel marchio maggiormente apprezzata dagli appasionati per la sua sonorità.

Per quel che ne so, si tratta dell’unico giradischi realizzato attualmente a utilizzare il sistema di trazione a cinghia più puleggia, che ne influenza profondamente la sonorità. Questa a sua volta, lo diciamo già ora, ha pochi rivali nel panorama attuale dell’analogico, sia pure di rango più elevato.

Per quello che ho potuto capire, parlando con Simone della sua creatura e riflettendo sulle scelte da lui effettuate, il Blackstone non è stato realizzato con gli scopi tipici del prodotto industriale, ma più che altro con finalità sperimentali: mettere in pratica nella loro espressione massima le concezioni maturate fin qui dal suo ideatore e verificarne le ripercussioni sulla qualità sonora..

Le scelte effettuate al riguardo sono rivolte in particolar modo a eliminare alla radice le limitazioni tipiche del sistema di trazione prescelto, e in genere di quelli che non hanno la cinghia quale elemento atto a collegare motore e piatto, mantenendo però le loro doti positive.

Proprio la cinghia, infatti, con le sue spiccate proprietà filtranti, che a loro volta hanno pro e contro come tutte le cose di questa terra, se ben realizzata permette il miglior contenimento dei disturbi meccanici trasmessi dal motore al piatto. E di li alla testina, che per conto suo non può fare altro dal trasformarli in segnale elettrico che va a sommarsi a quello derivante dal tracciamento delle modulazioni incise nel solco.

In sostanza allora, con il Blackstone si è realizzato un giradischi in grado di associare le doti musicali caratteristiche del sistema di trazione a cinghia più puleggia e la reiezione dei disturbi di fondo migliore di quella dei più efficaci modelli a cinghia.

Obiettivo facile a dirsi, ma estremamente difficile da ottenere.

 

Il sistema di trazione a cinghia più puleggia del Blackstone. Oltre a essere responsabile per buona parte delle sue doti musicali eccellenti, osservarlo è una vera gioia per gli occhi. Almeno di quelli appartenenti a un appassionato di riproduzione audio analogica.

 

Il sistema di trazione ha la sua importanza ma non può prescindere dalla scelta di un motore adeguato. Quello del Blackstone è un Papst asincrono, dotato di un rotore su bronzine. Non si tratta di un esemplare di produzione attuale, quindi di provenienza cinese, ma di un NOS, risalente al 1974.

Di questi motori Simone ne ha da parte poco più di un centinaio. Fino a che ci sono, verranno utilizzati e il possessore della macchina che ne trae beneficio ne ricaverà a sua volta. Quando saranno finiti occorrerà trovare le soluzioni del caso. Il che, immagino, non sarà facile.

A sua volta il motore opera in base al segnale fornito dall’unità di controllo, alloggiata in un telaio a parte. Il segnale da essa prodotto ha una forma d’onda a dente di sega e può essere calibrato mediante un piccolo oscilloscopio fornito in dotazione. Scopo, il variare la coppia erogata dal mototre, ottenendo una sonorità di maggiore dinamica oppure più vicina a quella tipica di un esemplare a cinghia.

Aumentando la coppia infatti, le vibrazioni vanno di pari passo, influendo per forza di cose in maniera negativa sulla qualità di riproduzione. Niente di nuovo, per quanto si tratti di un discorso, affrontato nel primo articolo riguardante i giradischi, dedicato proprio ai diversi sistemi di trazione, che gli assertori dei modelli a trazione diretta e a puleggia non vogliono sentire.

All’origine il Blackstone è tarato per ottenere quello che si ritiene il compromesso migliore tra le due esigenze, quella di avere una coppia tale da determinare un comportamento dinamico impeccabile ma anche l’assenza di disturbi che sola può dar luogo a una qualità del segnale audio davvero superiore.

L’utilizzatore ha la possibilità di intervenire su tale parametro, così da personalizzare la sonorità del giradischi secondo modalità precluse su altre macchine.

 

Il telaio

Il Blackstone si avvale di un telaio a due elementi sovrapposti, di forma triangolare. A rigore si dovrebbe parlare di un esagono, dal momento che i vertici sono tagliati via. La particolare conformazione offre nell’osservazione dall’alto e di tre quarti la sua vista migliore, che personalmente ritengo affascinante e ancora una volta costituisce una tipicità del giradischi, dato che sorgenti analogiche di forma simile non è che ce ne siano molte.

Il frontale è dominato dalla presenza del pannello in metacrilato su cui è inciso il marchio del costruttore e fa da cornice alla leva di avvio per la rotazione del piatto, posta sulla destra. In posizione opposta c’è il pomello adibito alla regolazione fine della velocità.

La vista frontale è altrettanto personale, anche se in questo caso a predominare è il concetto di funzione che dà luogo alla forma. Tre plinti cilindrici fanno da sostegno all’intera struttura e vanno a contatto del piano su cui poggia la macchina mediante elementi emisferici in sorbothane. La svasatura che caratterizza la parte inferiore dei plinti amplia la superficie di contatto con la base. Ruotando ciascuna di esse si esegue la messa in piano del giradischi.

Allo scopo una bolla circolare è incastonata sul piano superiore del telaio.

Come detto in precedenza, il telaio è realizzato completamente in grafite ad alta densità, scelta dovuta alla proprietà antirisonanti di questo materiale, le quali non possono far altro che influire sulla sonorità del giradischi.

La base per il braccio è realizzata anch’essa in grafite ed ha la particolarità di poter essere sfilata e riposizionata con estrema facilità, in modo da permettere un cambio di braccio privo di grattacapi. Una volta inserita in sede, la base si fissa semplicemente per mezzo di due viti munite di pomelli che permettono l’esecuzione manuale dell’operazione, senza l’ausilio di attrezzi di sorta.

 

 

Quello che apprezzo maggiormente, riguardo al’estetica del Blackstone, è il suo essere raffinata ma allo stesso tempo priva di fronzoli. Tutto è rivolto all’ottenimento delle prestazioni massime, come dev’essere per qualsiasi macchina destinata alla riproduzione sonora, più che mai se di alto livello. Proprio perché un giradischi siffatto è nel modo di suonare, superbo, che trova la giustificazione alla sua realizzazione, alla sua esistenza e al suo costo.

Si tratta di un’ulteriore riprova per la mia convinzione, incrollabile, che tutto quanto va a compiacere esageratamente il senso della vista ha uno scopo fondamentale: quello di operare da diversivo per un comportamento all’ascolto non particolarmente lusinghiero o per altre magagne di carattere tecnico.

La realtà attuale della riproduzione sonora, del resto, ne è la riprova più evidente: oggetti curatissimi dal punto di vista estetico, o meglio lanciati con sempre maggiore frequenza oltre il limite del kitsch più sfrenato e dell’ostentazione fine a se stessa. Per non parlare dei costi, ormai oltre ogni considerazione di quello che un tempo è stato il senso della misura, cui corrispondono sonorità che definire mediocri è ancora poco.

Laddove si fanno certe scelte, allora, si deve essere convinti che la qualità sonora non abbia importanza alcuna, e di conseguenza che nessuno sia in grado di riconoscerla e valutarla. Quello che paga per davvero sarebbe la pacchianata più vistosa, deteriore e priva di senso, che negli ultimi tempi sta degenerando, se possibile, finendo addirittura in vere e proprie arlecchinate. Fatte evidentemente con lo scopo di compiacere i gusti di chi ha troppi soldi da buttare per essersi formato una coscienza estetica di qualche spessore, avendo quale unico obiettivo il dimostrare le proprie capacità di spesa.

“Essere o avere” è il titolo di un noto libro di Erich Fromm, del quale allora è doveroso raccomandare un’attenta rilettura.

Di fronte a esempi tanto degradanti, realtà come quella di Audiosilente e del suo giradischi Blackstone andrebbero difese a spada tratta, esistesse una comunità di appassionati del bel suono coesa e in possesso di una minima consapevolezza.

 

Elementi tecnici

La rotazione del motore è asservita a un sistema di controllo che si avvale di un codificatore a 1000 punti, realizzato mediante un disco posizionato sotto il piatto, che accende e spegne il motore un pari numero di volte per ciascuna rotazione completa. Il motore lavora a 360 giri al minuto, contro i 1500 di un normale puleggia. Ne derivano il mantenimento di temperature d’esercizio a livello ambientale e un forte contenimento delle vibrazioni, al punto di renderle praticamente inesistenti. La coppia è di 5,2 Kgm. superiore a qualsiasi esemplare a trazione diretta.

Il perno è da 14 mm in acciaio cementato e ruota su sfere di rubino di grado 3, soluzione impiegata anche per il satellite e la puleggia. Il piatto da 8,5 chilogrammi è in bronzo ad alto tenore di piombo, materiale scelto per il suo peso specifico più elevato.

 

 

Il sistema di trazione si avvale come già detto di un sistema a cinghia più puleggia. In pratica il motore per mezzo della cinghia fa girare il satellite, che a sua volta mette in movimento la puleggia, incaricata di far muovere il piatto.

Il sistema di riduzione di velocità è stato riprogettato per ben 12 volte, particolare da cui traspare la pignoleria con cui si è andati alla ricerca della messa a punto più efficace. La scelta della rotazione su cuscinetti permette di mantenere anche a lungo termine le doti meccaniche dell’insieme, in particolare per le relazioni geometriche tra le diverse parti, cosa più difficile da ottenere mediante le bronzine utilizzate di solito, soggette a deformazioni se non addirittura a grippaggio.

Questo particolare mette in evidenza i limiti tipici delle macchine a puleggia di 50 e più anni fa e spiega i motivi dei limiti marchiani riscontrabili nel loro comportamento sul campo.

L’interno del piatto è liscio, soluzione permessa dalle scelte fin qui elencate, mediante la quale si ottiene un’ulteriore riduzione per la rumorosità intrinseca del sistema di trazione. Quella che è la peste dei puleggia, elemento che impedisce ai giradischi che utilizzano tale sistema di oltrepassare i loro limiti angusti in termini di qualità sonora.

L’impiego dell’unità esterna a controllo elettronico per la rotazione del motore evita inoltre l’impiego dei riduttori meccanici e relativi leveraggi, in genere adibiti all’ottenimento delle diverse velocità di rotazione.

Il sistema di trazione ne viene grandemente semplificato, migliorando pertanto la sua efficacia, mentre l’assenza dei leveraggi di comando riduce il numero delle parti potenziale causa di risonanze e vibrazioni. Questo in ultima analisi va a vantaggio della purezza del segnale prodotto dalla testina, non essendo inquinato dalle componenti di rumore altrimenti ineliminabili, tipiche dei puleggia tradizionali e di tutti i giradischi non basati sulla massima spartanità. Il che equivale a dire eliminazione di tutto quanto non strettamente necessario, perché causa di voibrazioni e risonanze.

Quindi il cambio di velocità viene eseguito elettronicamente, per mezzo della circuiteria alloggiata nell’unità di controllo, il cui funzionamento è basato basato su quarzi realizzati su specifiche che oscillano a 37,5 kHz.

Di conseguenza il Blackstone tra i rari giradischi in commercio in grado di ruotare a 16, 33, 45 e 78 giri.

Il controllo PLL ad aggancio di fase opera sulle velocità di 33 e 45 giri. Può essere disattivato, in modo da poter eseguire la regolazione fine della velocità, mediante il pomello presernte sul frontale.

Il cambio di velocità si esegue mediante una delle manopole poste sul frontale dell’unità di controllo. L’altra controlla l’attivazione del sistema.

 

L’unità di controllo ha prerogative altrettanto interessanti: la gestione della coppia erogata dal motore è eseguita al suo interno, su un  valore stabilito ai fini del migliore contenimento delle vibrazioni. Il cambio è di tipo magnetico, con forze gestite su due assi. Variando la forza dei magneti si varia la coppia, operazione possibile anche durante l’ascolto, così da ottenere un suono più dinamico oppure più raffinato, maggiormente assimilabile a quello dei modelli a cinghia di rango elevato.

Tornando alla meccanica, nel perno è praticato un foro passante che permette l’inserimento dell’olio, che va a finire all’interno della camera di rotazione, ottenendo una lubrificazione più efficace da cui deriva una virtuale assenza di usura delle bronzine.

L’olio si immette attraverso il tubicino visibile nelle foto e il suo livello si controlla per mezzo di un’astina. Lo scarico avviene dal fondo della camera – perno, proprio come avviene su un’automobile. Motivo di questa scelta, la necessità di preservare le tolleranze infinitesimali e la precisione di finitura del perno e della sua sede, che altrimenti influirebbero negativamente sulla costanza della velocità e di conseguenza sul suono della macchina.

Il braccio a corredo del Blackstone è un esemplare da 13 pollici. Come noto allungando la lunghezza della canna l’errore radiale di lettura va a ridursi. Potrebbero aumentare invece le risonanze, oltre a calare la rigidità, aspetti tenuti a bada mediante l’impiego di una canna in fibra di carbonio. L’incastellatura invece è in grafite. I cuscinetti sui quali giace l’articolazione del braccio sono della precisione più elevata oggi disponibile e montati al microscopio, alfine di ottenere la massima riduzione degli attriti.

La massa del braccio è medio alta, quindi l’accoppiamento ideale è con testine di cedevolezza medio bassa. La regolazione del peso di lettura avviene agendo direttamente sul contrappeso, mentre l’antiskating è del tipo a filo. Il VTA ovviamente può essere regolato, mediante una chiave a brugola da inserire nella parte esterna della base del braccio.

 

 

Claudio: Allora, Simone, cosa puoi raccontarci riguardo al tuo bel giradischi?

Simone: Ma sai, come dico sempre è un prodotto fatto in primis per me e per amore della riproduzione sonora, che poi è il mio lavoro.

Quando vado a Monaco o in altre fiere e le persone mi fanno i complimenti, quella è la soddisfazione più grande: il riconoscimento di qualcosa che ho realizzato con le mie mani
 
Forse è una mia necessità che mi porto dal passato. Come dico sempre, noi siamo figli del nostro passato.
 
Venendo al giradischi, una curiosità può essere quella riguardante il modo con cui lucido i contropiatti in grafite. Uso un vecchio giradischi americano, un Russco, che è una specie di trattore, con la funzione di tornio lento. Ha un motore da 1/4 di cavallo, quindi il piatto non si riesce a fermare con le mani. 
 
Ma poi come tutti i puleggia con il motore enorme, compreso EMT, appena blocchi il perno la puleggia slitta, perche il motore non sa cosa accade. Questo è uno tra gli aspetti che ho tenuto maggiormente in considerazione nel progetto del Blackstone.
 
Se si prende un 124, un Garrard, un EMT, compresi quelli con il motore più grosso come il 927, appena si fa il test del perno,
ovvero si cerca di fermare il perno afferrandolo con le dita, la puleggia slitta e quindi perde giri.
 
Il mio ha un motore piu piccolo al confronto… 
 
Claudio: anche se è sempre un bestione
,
Simone: Ma visto che è tutto gestito dal perno, che mediante un encoder a 1000 punti comanda l’elettonica, la quale a sua volta comanda il motore, appena tu freni il perno, lui compensa immediatamente in corrente, quindi il sistema di controllo sa in tempo reale quello che accade. 

Tempo fa facemmo un esperimento, mettendo il cambio con magneti molto deboli. In pratica, quando c’era un pezzo di batteria, si vedevano sull’oscilloscopio i segni della sua compensazione.

A questo proposito va ricordato che la testina esercita sul solco una pressione di svariate decine di chilogrammi per cmq, valore variabile in funzione del peso di lettura e della superficie di contatto dello stilo. Quando si tracciano i solchi dall’andamento più impervio, si hanno dei micro-rallentamenti che sono percepiti anche dai puleggia, dove si hanno gli slittamenti tra puleggia e piatto prima esemplificati. Quindi, anche usando un motore come una lavatrice, se il motore non sa quello che sta accadendo, non puo reagire.

Claudio: Quello che hai menzionato è uno dei parametri principali sugli effetti del quale si giudica un giradischi.

Simone: Nel mio invece cio che accade viene verificato 1000 volte ogni rotazione: nessuno ha mai fatto una cosa del genere.
Onestamente nemmeno sapevo se avrebbe funzionato, perche appunto sono troppe le parti in movimento.
Nei trazione diretta molti si lamentano del suono innaturale, perche appunto sono presenti i poli del motore e i punti morti del motore durante la rotazione.

Claudio: Di questo ho parlato anni fa nella prova del giradischi Brinkmann Oasis a trazione diretta, per descrivere l’approccio sostanzialmente diverso adottato nel suo progetto, proprio alfine di evitare l’insorgere dei problemi che descrivi. Erano causati anche dalla modalità di intervento del sistema di compensazione utilizzato sui trazione diretta di un tempo, oggi idolatrati dagli appassionati del genere, che su quelle macchine andava a produrre un danno peggiore del male che avrebbe dovuto curare. Proprio perché l’entità e la modalità di applicazione della correzione finivano con il causare un tira e molla continuo e sempre ritardato rispetto al presentarsi del difetto, di grande discapito per la sonorità di quelle macchine. Elemento che è stato il motivo principale del rifiuto dei trazione diretta da parte dei veri conoscitori della riproduzione sonora.

Ulteriore dimostrazione che anche quanto a consapevolezza e al semplice saper ascoltare, invece di progredire siamo andati indietro e di parecchio.

Oggi tutto o quasi è ridotto a una mera questione di tifoseria berciante. In particolare sui social e sui forum, nei quali idolatria e intolleranza la fanno da padrone.

Mi si perdoni la digressione ma non a caso, quando ho parlato di cose simili nel mio articolo dedicato alla trazione, ci sono stati diversi “appassionati” che hanno gridato al sacrilegio. Qualcuno è arrivato a chiedermi se avessi mai ascoltato un trazione diretta!
L’ignoranza è forza ha scritto Orwell, e anche in questo caso ne abbiamo avuto una dimostrazione che definirei paradigmatica.
Ancora una rapido appunto e poi chiudo: proprio in base alle condizioni di fatto oggi esistenti nel nostro settore, ben esemplificate da questo aneddoto, Il Sito Della Passione Audio è strutturato e si muove nel modo che sappiamo, nel tentativo di riportare un minimo di consapevolezza, sia pure in una percentuale minima di appassionati.

Simone: Poiché il motore nei trazione diretta è sul perno, hanno creato nel passato dei motori ad alta coppia ma i piatti non potevano essere pesantissimi.

Claudio: Qui emerge la cialtroneria delle riviste e dei loro redattori, i quali invece hanno sempre inneggiato al fatto che i trazione diretta non avessero bisogno di piatti pesanti. Quando invece, come ci stai spiegando, è l’esatto contrario. Ossia non potevano proprio utilizzarli per una serie di questioni tecniche!

Simone: Nel mio giradischi, invece, a fronte di un motore normale è presente un piatto di 8.5 kg che per effetto volano stabilizza la velocita secondo modalità più naturali…

Claudio: Che quindi vanno a favore della sonorità d’insieme, come si rileva senza difficoltà alcuna in fase d’ascolto. Fermo restando che un Papst NOS tutto può essere tranne un motore normale. Asserzione che la dice lunga sul tuo modo di vedere le cose.

Simone: Per cui il motore interviene relativamente, con micro regolazioni. La vera difficolta è stata il trovare la giusta proporzione tra coppia e vibrazioni, in base alle informazione che arrivano dall’encoder. Faccio un esempio: se io metto una puleggia con densita 100 shore, quindi di gomma molto dura, ottengo zero fluttuazioni. Però il rumore di rotolamento diventa molto evidente. Se metto una puleggia di gomma 60 shore ho zero vibrazioni ma molte fluttuazioni.
 
Quindi ho aumentato gradualmente la densita, verificando ogni volta il risultato, per vedere fino a quando le vibrazioni rimanevano a zero. Alla fine è stato scelto un valore di shore che mantiene a zero le vibrazioni, accettando una quantità infinitesimale di fluttuazioni. Ma soprattutto in questo modo non c’è rumore di rotolamento, il difetto numero 1 di qualsiasi altro giradischi a puleggia, che influisce in maniera sostanziale sull’ascolto.
 
Claudio: Questo già a giradischi nuovo. Figuriamoci cosa può succedere dopo anni e anni di esercizio, a volte particolarmente duro come quello sopportato dalle macchine ex-broadcast, già penalizzate sonicamente da scelte che tengono in considerazione soltanto la loro necessità di essere indistruttibili, con pulegge oltremodo indurite e gravemente deformate.

Simone: Volendo andare oltre certi limiti, tutto diventa particolarmente complesso. Faccio un altro esempio: se sfilo il perno, ho fluttuazioni per una settimana. Sono i graffi che ho prodotto nel reinserire il perno che le vanno a causare e sono viste dal sistema.
Il Blackstone è una macchina nata per non essere smontata, ecco il perché del sistema di introduzione e sostituzione del lubrificante così complesso. L’olio si mette da sopra, si toglie da sotto e con l’asta si misura il livello.

Claudio: d’altronde più ci si avvicina alla perfezione e più basta un niente per rovinare tutto.

Simone: Esatto. Tu prendi i 124,  loro sono molto silenziosi, ma hanno un motore alquanto fiacco. Il Garrard ha un bel motore ma ha anche un mare di vibrazioni.
 
Personalmente ci ho speso 10 anni, non 10 giorni. Solo per il progetto del quarzo ci sono voluti 2 anni.

Claudio: A parte il fatto che me lo stavi dicendo l’ultima volta che ci siamo sentiti, comunque si vede. O meglio si sente.

 

Come suona?

Prendendo atto delle caratteristiche che il costruttore ha voluto attribuire al Blackstone, si comprende che lo scopo primario con cui è stata affrontata la realizzazione della macchina è quella di ridurre al minimo possibile ogni componente di disturbo originata dal motore e dal sistema di trazione. Scelta a cui va ad affiancarsi l’impiego della grafite per quel che riguarda la sonorità intrinseca del telaio e la sua refrattarietà alle risonanze.

Se possibile, allora, il Blackstone è tra le rare apparecchiature capitatemi, sia pure in centinaia e centinaia di prove realizzate nel corso degli anni, che riescono a dare conto durante l’ascolto delle scelte fatte in sede di progetto e di realizzazione. Ciò avviene oltretutto con un’efficacia particolare, cosa di cui mi sono potuto rendere conto già nelle altre occasioni avute in precedenza, in cui ho avuto modo di prendere contatto con il Blackstone con una certa tranquillità.

In tali frangenti sono rimasto colpito fin dal primo istante dal livello bassissimo di disturbo indotto dalla meccanica nella sonorità della sorgente. Qualcosa di molto difficile da spiegare a parole, ma per quanto si tratti di un elemento per certi versi sfuggente, soprattutto per chi non ha grande esperienza con le sorgenti analogiche, fin dai primissimi istanti del suo ascolto lascia esterrefatti proprio quale e quanto effetto abbia sulla sonorità d’insieme l’abbattimento dei disturbi originati da motore e sistema di trazione.

Proprio questo è il motivo principale che mi ha spinto a insistere con Simone per poter avere l’occasione di poter verificare con maggior calma e approfondimento le doti del suo giradischi, che non esito a definire magnifico.

Messa in funzione la macchina nel mio ambiente, tutte le sue caratteristiche migliori non hanno tardato a ripresentarsi. Con un’evidenza, oltretutto, decisamente maggiore rispetto a quanto abbia potuto verificare nelle occasioni avute fin qui.

 

 

Il tappeto di fondo ridotto davvero al lumicino e le sue conseguenze oltremodo positive sulla sonorità d’insieme della sorgente hanno trovato nella mia saletta il modo di estrinsecarsi in una forma ancora più esplicita.

Nell’occasione più recente in cui ho potuto ascoltare il Blackstone, ossia all’ultima edizione del Gran Galà, malgrado la sonorità che ha espresso fosse apprezzabile, è rimasto parecchio lontano da quanto ha messo in luce durante la prova di cui sto dando resoconto.

Non è che nel giro di 20 giorni la sua sonorità sia mutata a tal punto, visto che il giradischi è rimasto del tutto inalterato. Dunque è probabile che siano le condizioni trovate qui da me ad avergli permesso di esprimersi con ben altra compiutezza.

A rigore di cronaca va detto che nei primi istanti di funzionamento la testina montata sul giradischi ha denunciato gli inconvenienti dovuti all’essere rimasta ferma per qualche tempo. I sintomi infatti erano quelli tipici della sospensione dell’equipaggio mobile alquanto indurita: suono privo di spessore e non limpidissimo. E’ bastata una ventina di minuti di massaggio, da parte dei vinili succedutisi per l’ascolto, a riportarla nelle condizioni di lavoro adeguate.

Il basso è uscito fuori nel modo migliore, acquisendo l’estensione e la presenza che ci si attendono, mentre sul resto della gamma è apparsa la sonorità limpida e fluida tipica di un esemplare di tale livello. Si tratta di una Lyra Da Capo e giacché ci siamo facciamo un rapido accenno al resto dell’impianto.

Il pre phono è un Klimo Lar Gold Plus, valvolare a due telai con alimentazione separata, il pre di linea, anche lui valvolare e a due telai, è l’Audio 2C MTAS. I finali, operanti in biamplificazione, sono gli Audio 2C Mos ST-ZR1: uno in versione stereo sulla via inferiore e due monofonici per medi e alti. Diffusori B&W 803 Matrix Serie II rivisti nel crossover, esterno e profondamente modificato, nel cablaggio interno e in un’altra lunga serie di particolari che ormai li rendono solo lontani parenti dell’originale. Cavi di alimentazione, segnale e potenza Audio 2C oltre all’immancabile risonatore di Schumann completano il sistema utilizzato per la prova.

Dal momento in cui la testina ha ripreso le sue condizioni ottimali di funzionamento, si è potuta apprezzare una sonorità di precisione direi estrema e di altrettanta sollecitudine nel riportare a galla le informazioni più minute presenti nel supporto analogico. Il tutto con una pulizia e con un’assenza di aspreze e soprattutto delle componenti di disturbo tipiche dell’analogico, cui siamo talmente abituati da non farci più nemmeno caso, che definirei persino inimmaginabile.

Sulle prime questo genera fin quasi una sensazione di sconcerto, che una volta comprese la realtà e la validità del nuovo quadro prestazionale in cui ci veniamo a trovare, lascia spazio a un grado di soddisfazione direi estremo.

Non solo per l’efficacia dell’indagine nei confronti della registrazione, ma anche per le sue modalità di presentazione. A iniziare da una separazione che non si direbbe alla portata delle sorgenti analogiche, sulla carta penalizzate rispetto al digitale. La pratica come sempre è ben altra cosa rispetto alla teoria, ancor più quando questa è di fatto ingannevole, e non so davvero quale audio numerico e di che livello possa confrontarsi su tale parametro con un Blackstone assecondato a dovere dalla catena che gli fa seguito nel percorso del segnale.

Conseguenza diretta di tale indipendenza tra i canali è un’immagine stereofonica di ampiezza, profondità e precisione inaspettate. Davvero difficile poter ascoltare qualcosa di paragonabile da macchine analogiche. La facilità e la generosità con cui l’immagine si estende oltre i limiti solitamente invalicabili rappresentati dai diffusori desta notevole sorpresa. Il tutto mantenendo però un senso delle proporzioni impeccabile, senza incorrere in dilatazioni o perdite di messa a fuoco poco confacenti all’individuazione della posizione di ogni strumento, come invece accade di solito quando la scena sonora viene ampliata, o meglio manipolata, in maniera innaturale.

Soprattutto, qui ci troviamo di fronte all’autenticità tipica dell’analogico di rango maggiore.

Separazione insomma non significa soltanto indipendenza tra i canali, ma in particolare la capacità di ricreare un fronte stereofonico davvero efficace nella sua verosimiglianza. A questo proposito credo sia indicativo segnalare quanto avvenuto nel corso della prova d’ascolto. Nel secondo brano dell’LP “Time out” di Dave Brubeck, che ho voluto riascoltare per l’ennesima volta dal momento che ne conosco le ottime doti di riproduzione da parte del Blackstone, il pianoforte opera praticamente in solitudine sul canale destro. In quella fase Simone, che era presente nella mia saletta, in un primo momento è rimasto perplesso perché il sinistro gli sembrava completamente muto. Tranne poi, nel momento in cui parte il sassofono, posizionato appunto su quel canale e preceduto appena da qualche lieve tocco sul piatto, restare ancor più sorpreso per il suo rientrare nella riproduzione, e con un realismo parecchio spinto, tale da destare la sensazione di presenza in ambiente dello strumento.

Questo malgrado si tratti di un disco da lui molto ben conosciuto, anche perché come ho detto glielo faccio riprodurre ogniqualvolta ci incontriamo e posso ascoltare il suo giradischi, L’ultima volta proprio durante la recente edizione romana del Gran Galà.

Un effetto simile ci ha spiazzato, visibilmente. D’altronde passare da un canale che sembra rotto per il suo livello di silenziosità a sentir materializzare improvvisamente il sassofono in ambiente per il suo tramite, è un esperienza che a me sembra istruttiva.

Il merito è ovviamente della sorgente, senz’altro dotata di caratteristiche di ricostruzione scenica del tutto fuori dall’ordinario, il cui compito è appunto quello di produrre il segnale d’origine. Sta poi al resto  dell’impianto mantenere tali caratteristiche del segnale, tra cui le doti di indipendenza tra i canali del Blackstone, in maniera da portarle inalterate fino ai diffusori, così che questi possano liberarle nell’ambiente d’ascolto. Compito che non è asolutamente facile.

In questo mi si lasci dire che l’impianto utilizzato ha messo in evidenza un’efficacia ragguardevole, e chiunque sia dotato di buona fede difficilmente potrebbe sostenere il contrario. Al punto di destare anche la sorpresa di Simone, che non si aspettava una simile capacità di passare all’istante dal silenzio assoluto a una materializzazione in ambiente del sax di proporzioni simili.

 

 

Dopo Brubeck, Simone mi ha proposto l’ascolto di un disco di Ray Brown, caratterizzato anch’esso da una sonorità eccellente, tipica della riedizione audiophile numerata. L’originale Concord Records, infatti, suona molto bene ma certo non così. In questo caso si è riscontrata una nitidezza ancora maggiore. Forse anche per via del definitivo recupero, da parte della testina, delle doti meccaniche proprie del suo equipaggio mobile e in particolare della sospensione cui è applicato.

In tali condizioni è stato possibile apprezzare una fluidità di esecuzione di estrema levatura, tale da far riflettere sulle effettive doti che l’analogico riesce tuttora a porre in evidenza, che arriva a mettere in discussione senza difficoltà anche il digitale più raffinato. Al di là di formati e modalità di riproduzione solide, liquide o allo stato gassoso. Così da riconfermare ciò di cui non solo sono sempre stato convinto ma anche uno assertore tenace e irriducibile. Quando si parla di natuaralezza, di precisione, di verosimiglianza della riproduzione nei confronti di un evento ragionevolmente riconoscibile come reale, contro un analogico di valore simile diventa particolarmente complesso non dico averla vinta, ma solo paragonarsi ad esso.

Certo, i costi sono queli che sono, ma se oggi ti chiedono oltre 100.000 euro per diffusori incapaci persino di ottemperare ai parametri più elementari della riproduzione sonora, come quelli della linearità timbrica, allora un giradischi come questo, che a fronte di un prezzo di listino da 29.000 fa molto più del suo dovere, deve essere valutato come regalato.

Tanto più quando si viene a conoscenza dello sforzo e della dedizione che ci sono dietro.

Ovviamente si tratta sempre di una cifra molto lontana dalle possibilità della quasi totalità degli appassionati, ma quantomeno c’è una differenza fondamentale rispetto alla massima parte della produzione industriale oggi disponibile sul mercato. Questa infatti è realizzata smaccatamente in funzione della sua profittabilità, spinta oltre ogni ragionevolezza in funzione delle farneticanti concezioni economiche oggi issate a dogma, doverosamente distopico.

il Blackstone nasce invece dalla volontà di mettere insieme tutte le caratteristiche più avanzate e raffinate oggi disponibili. In particolare a livello di motore, trazione, elettronica di controllo e scelta dei materiali utilizzati nel telaio, per la realizzazione di una macchina per così dire da esplorazione, atta a mostrare cosa e come possa uscir fuori da un approccio come quello descritto in questo spazio.

Il risultato è particolarmente esplicito, frutto del resto di una sperimentazione che va avanti da tanti anni, come ci ha spiegato Simone, e con l’investimento di somme decisamente ingenti. Tantopiù per chi non ha alle spalle i proventi di un’attività industriale di ampie proporzioni, ma solo quello di piccolo artigianato, per quanto capace e appassionatissimo, affermatosi piuttosto di recente.

Soprattutto, il Blackstone mantiene molto più di quello che promette. E in un’epoca come quella attuale, in cui la realtà virtuale, la saccenza e la fanfaronaggine dilagano anche e soprattutto nel mondo reale, non è assolutamente cosa da poco, a qualsiasi prezzo.

La differenza insomma sta tutta qui, e una volta collegato il Blackstone a un impianto all’altezza della situazione,  le impressioni che se ne ricavano non solo lasciano di sasso, ma possono andare a stravolgere completamente le convinzioni che tanti appassionati si sono costruiti nel corso del tempo, rovinando per sempre la loro tranquillità mentale.

Cose del genere tuttavia, almeno nella mia esperienza personale, non sembrano essere verificabili in occasione delle mostre di settore. I motivi possono essere numerosi e non è questo lo spazio più adatto per analizzarli.

Fatto sta che quando ne ho avuto l’occasione, oltretutto di recente, lo stesso esemplare di Blackstone che poi è arrivato nella mia saletta, munito oltretutto della stessa testina, è rimasto molto lontano da quanto ha messo in evidenza nella sessione di ascolto di cui sto dando resoconto e presto avrà ulteriore riscontro.

In effetti  nel contesto menzionato ha dato l’impressione di essere un giradischi decisamente valido, pur esibendo quello che con il senno di poi non è altro che un pallido simulacro di quelle che sono le sue potenzialità effettive, evidenziatesi da me con ben altro rilievo.

Lascio a ciascuno il compito di trovare per conto proprio le motivazioni, ma solo in questa prova ho potuto finalmente apprezzare le grandi doti di raffinatezza, precisione, pulizia, dinamica, contrasto, nitidezza, introspezione, dimensionamento dell’immagine e fluidità, ai fini di una sonorità di bellezza smagliante, da parte del Blackstone.

Un’altra sua prerogativa d’eccellenza risiede nella capacità di riprodurre le masse orchestrali con una sensazione di ordine, e separazione tra gli stumenti del tutto fuori dall’ordinario.

In questo mi è venuto d’aiuto “Gate of dreams” di Claus Ogerman, che associa alle sonorità dell’orchestra a quelle del gruppo jazz, rendendone ancora più difficoltosa la riproposizione. Un conto infatti è riprodurre l’orchestra tradizionale, ben altro invece è mantenerne inalterati timbri, colori e dinamiche quando a quelli da essa indotti vanno ad aggiungersi gli sforzi conseguenti alla presenza della batteria, del contrabbasso jazz di sax, tastiere e così via.

Per quanto si tratti di un disco molto ben realizzato per la sua epoca, stiamo parlando dei tardi anni ’70, la sua sonorità non può essere paragonata, mettiamo, a quella dell’edizione rimasterizzata e numerata di “Soular energy” di Ray Brown. Malgrado ciò proprio il disco di Ogerman è quello che mi ha colpito maggiormente nella riproduzione da parte del Blackstone.

Oltre alla nitidezza con cui vengono separate le diverse voci dell’orchestra, colpiscono oltremodo la raffinatezza e l’approfondimento con cui viene riproposta la tessitura del timbro proprio di ogni singolo strumento. Tutto questo in un contesto di naturalezza particolarmente spinto, che pone la prerogativa principale cui si deve a tutt’oggi il maggior piacere dell’analogico in una prospettiva inconsueta.

Un altro disco che non ho potuto evitare di ascoltare con il Blackstone è Crosby, Stills & Nash. Si dice che gli impianti vadano giudicati da cori, unisoni e raddoppi. I cori e gli unisoni di questo LP, leggendari per tutti gli appassionati del genere, sono stati resi non in maniera impeccabile, ma proprio da far accapponare la pelle.

Trovo del resto che quello della voce umana, resa con il realismo che merita, sia di gran lunga il più impressionante degli “effetti speciali”.

In sostanza, il Blackstone traspone su un piano pressoché inedito la riproduzione analogica, ma soprattutto quella dei giradischi caratterizzati dai sistemi di trazione più diffusi negli anni pre-1970. Se i puleggia d’epoca e volendo anche i diretta, per quanto il loro esordio sia avvenuto dopo la data indicata hanno molti estimatori, nei loro confronti quella del Blackstone è come una boccata dell’aria tersa di alta montagna nelle prime ore del mattino, in confronto a quella inquinata di una qualsiasi tra le città dal più elevato tasso di industrializzazione.

 

 

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