L’estetica del lavoro è lo spettacolo della merce umana

Queste parole provengono dal testo di “ZYG-Crescita Zero”: ne avevo fatto il titolo per la rievocazione del primo album degli Area, in occasione del quarantennale dalla sua uscita.

Venne sostituito dalla rivista con cui collaboravo con un ossequiente e banale “Tributo agli Area”, ovviamente senza neppure preoccuparsi di avvertirmi. Forse un concetto come quello di “merce umana” potrebbe essere ritenuto fin troppo crudo e potenzialmente scandaloso dalle anime belle che non tollererebbero di vederlo nero su bianco. Mentre poi vivono e sovente subiscono giorno per giorno le conseguenze di tale realtà, di cui non si deve parlare, per pura convenzione.

Così ho deciso di ripubblicare il pezzo in questione, aggiornato e con il titolo originale, preso dal testo contenuto nell’album “Caution Radiation Area” del 1974.

 

Area: 40 anni di “Arbeit Macht Frei”

Settembre 1973 – Settembre 2013

Lo ricordo come se fosse ieri.

Era una mattina di fine estate 1973. Seduto in un autobus semivuoto mi rigiravo tra le mani la copertina dell’LP che avevo appena comperato. Era a dir poco inusuale per via della sua dominante nera e per il fatto che ritraeva, con evidente valenza simbolica, una scultura di vaga sembianza umana. La testa era racchiusa in un cilindro metallico che lasciava una feritoia solo per la bocca, il corpo era bloccato da un lucchetto.

Ancora più inquietante era la sagoma di cartone all’interno della copertina, dalla forma di revolver, il cui significato era stemperato dalla palese ironia del cartellino ad essa appeso con il nome del gruppo e la dicitura “Corpo del reato n.109192”. Diversamente da quello che erroneamente sarebbe stato sostenuto in seguito, non raffigurava una P-38.area-pistola

L’immagine a tutta larghezza posta all’interno del “gatefold” era se possibile ancora più provocatoria: sei personaggi dalle facce molto poco raccomandabili, barba sfatta, vestiti approssimativamente e semisdraiati su un pavimento bianco idealmente suddiviso da una T nera. Su di esso erano disposti una falce e un martello, affiancati e non incrociati, una piastrella raffigurante un angelo in preghiera, e la foto incorniciata dell’entrata del lager di Auschwitz.

Su di essa campeggiava proprio il motto utilizzato quale titolo del disco: “Arbeit Macht Frei”, lo slogan di macabra ironia posto all’ingresso dei campi di concentramento nazisti. Era utilizzato ovviamente non in funzione apologetica ma di profonda critica a un sistema del quale il gruppo non solo individuava lucidamente, denunciandole, storture, ipocrisia e contraddizioni: ne ha profetizzato addirittura alcune tra le più significative degenerazioni future, quelle che stiamo vivendo oggi.

Elemento, questo, che nella rivisitazione storica dell’attività di Area non può non assumere un ruolo di importanza fondamentale.

Ne parleremo più avanti.

Un disco fortemente ideologizzato, quindi, già dalla sua presentazione visiva, per un gruppo che non faceva assolutamente nulla per mimetizzare la sua valenza profondamente critica, ma anzi la palesava senza mezzi termini. Ne faceva uno strumento di attacco nei confronti delle sicurezze dell’osservatore, che del resto in quel periodo erano parecchio opinabili, prima ancora che di comunicazione.

Se il simbolismo di quella copertina rappresentasse la più genuina dichiarazione d’intenti del gruppo, secondo un’interpretazione convalidata dalla musica, dai testi e più in generale dalle sue modalità espressive o, sia pure in parte, un’operazione commerciale legata al desiderio di cambiamento radicale a quel tempo molto diffuso nell’universo non solo giovanile, è difficile dirlo. Resta il fatto che era stata curata da Gianni Sassi, animatore dell’agenzia di comunicazione AL.SA, già in passato distintasi per altre operazioni di grande scaltrezza e penetrazione mediatica. Come il riciclaggio di Franco Battiato da interprete melodico di seconda fila ad avanguardia del verbo “prog-alternativo” allora di moda, basato sulla nuova immagine con cui lo si impose e che avrebbe avuto una valenza molto importante per la fase successiva della sua carriera.area-arbeit-macht-frei

Gianni Sassi non era solo il grafico delle copertine del gruppo, ma ne ha curato a lungo anche i testi, con lo pseudonimo di Frankenstein. Come testimoniato dal compianto Giulio Capiozzo, fondatore e batterista e del gruppo, dalla loro attività discografica, di cui si occupava lo stesso Sassi in sodalizio con l’ambiguo Franco Mamone per mezzo dell’etichetta Cramps, i componenti di Area non avrebbero visto una lira per quel che riguarda i diritti sui loro brani.

Oggi certe cose sembrano inconcepibili, ma in quell’epoca per certi versi pioneristica nulla era da dare per scontato: gli stessi King Crimson non ebbero compensi per i concerti fino all’arrivo di Tony Levin. Con la scusa, da parte del furbo management che si trattasse di attività pubblicitaria per i loro dischi.

In occasione del concerto di S.Elpidio a Mare, evento clou della rassegna Jazz di Marca, arrivata alla 14a edizione e organizzata con grande impegno da parte della associazione culturale Syntonia Jazz che opera senza scopo di lucro, ho avuto modo di realizzare una breve intervista con i componenti del gruppo. Non la riporto nella forma consueta, per inserirne nel testo le parti salienti ove necessario. In essa Patrizio Fariselli ha confermato la cosa, specificando che si tratta comunque di questioni ormai risolte da tempo. 

Jazz, avanguardia ed etno-world ante litteram

Se quella era la copertina, una volta messo il disco sul piatto ne scaturiva una musica ancora più provocatoria. Direi anzi incendiaria.

Chi ha vissuto quell’epoca in prima persona, sa benissimo che tutto il movimento legato alla musica rock si poneva in netta contrapposizione rispetto alla scena musicale e culturale italiana, come da tradizione votata all’immobilismo e all’ipocrisia benpensante più totali.

La musica di Area era dura e barricadera, assolutamente indisponibile a concedere alcunché ai vezzi estetici dell’ascoltatore o a necessità discografiche. Ma allo stesso tempo era affascinante per la sua connotazione d’avanguardia, giocata tra l’evidente influsso jazzistico e i richiami etnici, soprattutto ma non solo di provenienza balcanica. La base rock, pure evidente, finiva spesso con l’essere relegata sullo sfondo. Una miscela esplosiva, insomma, che non si faceva nulla per addomesticare, volta alla sintesi di un linguaggio sonoro di alternativa senza compromessi. Con quegli ingredienti, abbinati a capacità tecniche ed espressive largamente superiori alla media del periodo, l’impatto degli Area sul pubblico dell’epoca fu senza dubbio dirompente.

Anzi, se possibile andò a dirompere il già dirompente, ovvero la scena allora piuttosto prolifica della musica rock italiana, che segnava di per sé stessa una cesura profondissima con l’establishment mummificato della musica leggera nazionale. Quella che aveva in Sanremo, Canzonissima e Disco per l’Estate i suoi rituali: sacri, immutabili e nazional-popolari.

Così non ci volle molto perché saltasse fuori una bella letterina pubblicata su Ciao 2001, al tempo “organo ufficiale” della nuova musica giovane. In essa si accusava Area di scopiazzare volgarmente alcuni gruppi stranieri. Scelti tra l’altro senza oculatezza alcuna, dato che erano all’antitesi l’uno dell’altro e con riferimenti tirati per i capelli, se non del tutto fuori luogo. Evidente la funzione di discredito, già allora l’arma preferita di chi non ha argomenti migliori.

Quell’accusa era del tutto strumentale, ovviamente. Innanzitutto perché fu proprio Area a tracciare una nuova strada, tra l’altro mediante l’impiego dei già menzionati ingredienti di world music, quando dovevano passare ancora un paio di decenni prima che tale definizione venisse inventata, e poi di musica contemporanea.

Il loro stile, estremamente personale, era tale da non poter essere circoscritto da una qualunque etichetta. E quindi si inventò quella di musica totale.

Invece erano proprio le formazioni italiane che andavano per la maggiore, e già avevano costituito un equilibrio al quale la deflagrazione Area toglieva il terreno sotto ai piedi, a essere fortemente debitrici nei confronti dei modelli esteri.

La cosa era particolarmente evidente per la PFM, allora il gruppo italiano più noto, influenzato in particolare da King Crimson, Gentle Giant e Genesis. Al punto che finì con l’inserire in formazione il cantante Bernardo Lanzetti, dalla forte similitudine con Gabriel anche a livello di impostazione timbrica. E poi per Le Orme, vicine a Nice ed Emerson, Lake & Palmer; più dissimulata per il Banco, mentre il Perigeo mostrava un debito evidente verso i Weather Report e il jazz elettrico allora molto in voga, per quanto Giovanni Tommaso giurasse di aver conosciuto il gruppo americano solo in una fase successiva alla nascita del gruppo.

Del resto era un po’ tutta la scena musicale italiana, a parte forse la sua parte più tradizionalista, a essersi via via posta in una posizione di sempre maggiore subalternità nei confronti di quella anglosassone. Infatti, gran parte dei cantanti e dei gruppi formatisi dall’epoca del beat in poi non aveva fatto altro che prendere i pezzi di maggior successo dei gruppi inglesi e americani per riproporli nella versione con i testi in italiano.

Come se ancora non bastasse, Area affiancava alla sua musica testi senza alcuna mediazione nell’esplicitare una volontà di denuncia e di cambiamento, che i vocalizzi, gli yodel, i sovracuti, le modulazioni, il lamento e l’urlo di un Demetrio Stratos letteralmente trasfigurato rispetto al pur bravo cantante dei Ribelli di qualche anno prima, non facevano altro che porre in un’evidenza ancora più inquietante.i-ribelli-pugni-chiusi-1967

La sua estensione venne in seguito misurata e si rivelò capace di arrivare a 7 kHz, qualcosa di inaudito per la voce umana, ancor più se maschile.

L’apertura per i Nucleus

Aver assistito a un’esibizione dal vivo degli Area di quel periodo è una fortuna oggi inestimabile, oltreché un’esperienza tale da incidersi a fuoco nella memoria di qualsiasi appassionato di musica.

Personalmente ne ho avuto più volte l’opportunità, ma la prima è quella che mi è rimasta più impressa.

Fu al teatro Brancaccio di Roma, nel 1973, in cui aprirono per i Nucleus, quelli del famoso trombettista Ian Carr che all’epoca erano uno tra i gruppi più quotati dell’avanguardia inglese. Ovvero il vertice della musica più avanzata a livello planetario.

Beh, quella volta gli Area li hanno fatti sembrare persino banali e fin quasi superati, prima dimostrazione delle potenzialità insite nella via italiana al rock.

A dire la verità fu annichilito anche il pubblico, soprattutto dalla tensione musicale ed emotiva della quale fu caricata tutta la loro esibizione, che ripercorse per intero i brani dell’LP d’esordio. Ma soprattutto dalla finale “L’Abbattimento Dello Zeppelin”, brano in cui Stratos diede il risalto maggiore alle sue tecniche vocali, per l’epoca incredibili, inverosimili e per buona parte incomprensibili, che apparivano fin troppo ostiche anche al pubblico meglio disposto nei confronti dell’innovazione.

L’esecuzione di quel brano non piacque. Influenzò il giudizio sul resto della loro esibizione nella maggior parte del pubblico e dei numerosi addetti ai lavori presenti in platea, con alcuni dei quali ebbi modo di confrontarmi. La radicalità del loro suono, più che mai deciso a non porsi limiti nella ricerca che ha per obiettivo la sintesi stilistica del gruppo, la totale assenza di mediazioni nei confronti di un pubblico che vorrebbe invece una continua reiterazione della conferma alle proprie certezze, erano oltremodo destabilizzanti.

In due parole, gli Area erano troppo avanti.

Sia per quell’epoca che per la preparazione di un pubblico sia pure molto esperto, come era in buona parte quello presente al Teatro Brancaccio, dato che a un concerto dei Nucleus difficilmente si finiva per caso.

Personalmente, invece, mi piacque moltissimo quell’esibizione, di cui tengo caro il ricordo nella mia mente, dato che anche allora ero sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo e di diverso, esigenza che ha sempre assunto un ruolo prioritario nel mio rapporto con la musica.

A parte la forma musicale, centrata soprattutto nella collisione tra jazz e rock più che nel loro amalgama, e con il contributo degli altri influssi che ne facevano qualcosa di unico, ne apprezzai soprattutto il modo con cui il ruolo del cantante era rivolto alla ricerca dei limiti dell’impiego della voce. Condensata in una forma estrema ma affascinante, rivolta alla ricerca di sonorità inedite e più in generale di un linguaggio del tutto inusuale. Certo, in quell’occasione l’aver già potuto ascoltare il disco e assimilarne i contenuti mi aiutò parecchio a trovarmi in sintonia con il messaggio del gruppo.

Dopo la loro esibizione ebbi anche modo di scambiare quattro chiacchiere con Paolo Tofani, il chitarrista, che mi dicevano fosse un tipo pazzoide, ma ricordo molto disponibile e alla mano.

A lui va riconosciuta molta parte della responsabilità per il suono così personale e innovativo di Area. Lo si deve al fatto che usava filtrare la sua chitarra elettrica per mezzo di sintetizzatori, ricaduta del suo innato interesse per le innovazioni tecnologiche, che nel periodo precedente trascorso a Londra lo aveva portato a lavorare tra l’altro per la EMS. Azienda che produceva quelle macchine, all’epoca massimamente innovative e ancora non ben comprese nelle loro vere potenzialità. Tra le sue esperienze precedenti, va ricordata quella con il gruppo I Califfi.

Il resto del gruppo era composto da Patrizio Fariselli, figlio d’arte del titolare di una delle più note orchestre da ballo romagnole, che suonava tastiere e sintetizzatori, da Jan Patrick Djivas al basso elettrico, Giulio Capiozzo, batteria, già in possesso di una solida esperienza nella scena jazzistica internazionale, Demetrio Stratos, voce e organo Hammond, Vincent Edouard Busnello al sax.

Un po’ di storia

Le origini del gruppo sono alquanto controverse. Di sicuro c’erano due gruppi: uno era quello del batterista Giulio Capiozzo, che aveva formato un trio insieme a Djivas e al tastierista Leandro Gaetano, fino ad allora musicisti fissi del gruppo di Lucio Dalla. L’altro era il quartetto di Demetrio Stratos che eseguiva rock e R&B, generi nell’interpretazione dei quali il cantante eccelleva. Si era formato al termine dell’esperienza con I Ribelli e ne faceva parte lo stesso Capiozzo. Il trio ebbe un primo ampliamento con l’arrivo del chitarrista di origine ungherese Johnny Lambizi, mentre la cooperazione con Stratos fu per così dire fisiologica. Poi arrivò Fariselli, che in un primo, breve momento affiancò Gaetano e poi lo sostituì. Il sassofonista Busnello era molto più anziano degli altri, aveva un’età circa doppia, e aveva suonato spesso con il batterista Kenny Clark, presso il quale aveva studiato Capiozzo.

Una traccia della fase iniziale della loro attività è reperibile nel primo disco solo di Alberto Radius, chitarrista della Formula 3, che conteneva un blues il cui cantato era affidato a Stratos, “To The Moon I’m Going”. Il resto del gruppo figurava in un altro brano, strumentale, intitolato per l’appunto “Area”, che lasciava intravvedere le potenzialità del gruppo, ancora in embrione.lp-radius

Forse è stato proprio l’aver ascoltato il brano, che poi era quello che apprezzavo maggiormente nell’album di Radius, a spingermi all’acquisto di “Arbeit Macht Frei” quando lo vidi sugli scaffali del negozio.

Ricordo che lo assimilai rapidamente in ascolti ripetuti su base quotidiana, protrattisi lungo i mesi successivi. Del resto il jazz-rock, come lo si definiva, era la musica che preferivo, oltre a essere quella al momento più libera e di avanguardia. Certamente la forma che ne espresse Area era del tutto fuori da ogni schema. In quel periodo dal lato statunitense il genere era rappresentato soprattutto dagli Weather Report, che con “Sweetnighter” avevano già compiuto la svolta “ritmica” e rivolta verso la completa elettrificazione, dopo le evanescenze affascinanti soprattutto del primo LP. E poi dalla Mahavishnu Orchestra, tutta presa nei duelli, negli unisono e nelle chiamate e risposte a velocità folli tra McLaughlin, il violinista Jerry Goodman e il tastierista Jan Hammer. I Return to Forever continuavano per il momento a rappresentare il versante acustico di quel genere, in attesa di elettrificarsi anche loro a partire dal terzo LP “Hymn Of The Seventh Galaxy”.

Gli inglesi contrapponevano la loro musica più cerebrale e alquanto meno disponibile ad ammiccamenti verso le forme più fruibili, con i già menzionati Nucleus e i Soft Machine su tutti.

Stanti le sonorità che oggi si definiscono etno-world e l’assenza di mediazione qualsiasi nell’esposizione di un messaggio sonoro che dava l’impressione di voler andare all’assalto persino del suo stesso uditorio, Area rappresentava un concetto a sé stante, per quanto lo si potesse inserire sia pure a forza nel filone jazz-rock.area

Curioso notare che lo si chiamava così, sempre con un’aria schifata, il sopracciglio inarcato e l’angolo della bocca piegato verso il basso da parte dei “puristi”. Malgrado il fatto che oggi i migliori dischi di quel genere suonino molto più jazz, nelle esecuzioni e soprattutto nelle intenzioni e nell’ortodossia filologica di molta della musica che non si hanno titubanze a definire come vero jazz, sempre più spesso annacquato in maniera insopportabile.

Differenza sostanziale degli Area nei confronti dei riferimenti summenzionati, il non indulgere nell’individualismo tecnicistico a volte gigionesco di molte tra le realtà di quel filone, privilegiando invece l’apporto dell’intero collettivo e la costruzione da esso prodotta. In quel contesto l’abilità tecnica dei componenti emergeva comunque, per via della complessità della loro musica, ma senza essere sbattuta sulla faccia dell’ascoltatore come invece avveniva fin troppo spesso.

Sia come sia, nel giro dei pochi mesi intercorsi tra l’uscita di “Arbeit” e il successivo “Caution Radiation Area”, l’organico del gruppo era già profondamente cambiato.

Busnello era uscito dalla formazione, assorbito purtroppo dai suoi problemi esistenziali. Del resto già al concerto in cui Area aprì per i Nucleus, a fine ottobre 1973, al suo posto c’era Massimo Urbani. Provvisoriamente, dato che per il disco successivo la formazione avrebbe finito con il rinunciare al sax. Scelta sulla carta perdente ma che, non solo a mio avviso, contribuì moltissimo a personalizzare ulteriormente il suono di Area.

Altra defezione fu quella di Patrick Djivas, attratto dalla sirena PFM. Andò a sostituire Giorgio Piazza, poco prima dell’inizio della loro avventura americana. A causa del suo abbandono il gruppo fu costretto a rinunciare a un’esibizione già fissata all’Olympia di Parigi, che ne avrebbe potuto influenzare profondamente il destino. Con il senno di poi, si può dire forse che sia stato meglio così, anche se sul momento la cosa ebbe riflessi tali da renderne concreta la possibilità di scioglimento.

Malgrado Djivas fosse ritenuto il miglior bassista in circolazione nella scena rock italiana, qui gli Area guadagnarono non poco nel cambio, dato che dopo una serie di peripezie arrivò al suo posto Ares Tavolazzi, già allora affermato turnista, molto efficace anche allo strumento acustico e in grado di esprimersi anche al trombone e con altri strumenti. La sua formazione legata al jazz contribuì a radicalizzare ulteriormente la cifra stilistica di Area, rendendone ancor più aleatorio il legame con il rock.

Attenzione: Area Radioattiva

Il secondo disco è considerato da molti il migliore del gruppo. Personalmente ricordo che all’epoca mi piacque forse meno, essendo più duro e introspettivo, nettamente meno godibile. Ora, però, non saprei quale scegliere tra i due.caution-radiation-area

E’ dominato in particolare dalla ritmica più serrata e di grande solidità: in effetti il duo Capiozzo – Tavolazzi costituiva un riferimento all’epoca inavvicinabile per qualsiasi realtà nazionale, e non solo. E poi da un’ulteriore estremizzazione, se possibile, del linguaggio, che si allontanava ancor più dalla forma canzone, in favore di brani più lunghi e articolati, nei quali le doti virtuosistiche dei solisti acquisivano un’evidenza ancora maggiore.

L’ascolto era più ostico anche per via del fatto che le parti cantate, a parte il brano iniziale “Cometa Rossa”, si erano sensibilmente diradate. A favore di un impiego della voce più legato all’avanguardia, al situazionismo e in generale alla musica contemporanea, altro elemento fondamentale per la definizione dello stile del gruppo. Come in “Brujo”, che vede la declamazione di termini apparentemente slegati l’uno dall’altro, e ancor più in “Mirage MIRage?”, in cui una serie di testi tra cui la lettera menzionata, una ricetta culinaria, l’elenco dei programmi televisivi e altro ancora viene stratificato e letto in sovrapposizione così da creare la perdita del significato di ciascuno nella percezione dell’ascoltatore, con un effetto totalmente disorientante. In questo è evidente il legame con l’aleatorietà propria del lavoro di John Cage, con il quale Stratos aveva iniziato a collaborare, come nel disco di inaugurazione della collana Nova Musicha, sempre pubblicata dalla Cramps.

Un disco, insomma, tutt’altro che di facile ascolto. Malgrado ciò, una volta che si riesca a impossessarsene, la musica di “Caution Radiation Area” può riuscire persino ad avvincere maggiormente rispetto al disco d’esordio. Anche per via della maggior maturità del gruppo e della superiore capacità di interazione tra i suoi componenti.

La formazione del secondo LP divenne quella definitiva, che restò invariata a lungo, fatti salvi gli intervalli dovuti alle scelte momentanee di alcuni componenti.

Consapevolezza

E’ il titolo di un brano di “Arbeit”, ma anche uno tra gli elementi alla base del corposo retroterra politico e culturale degli Area, a sua volta componente di importanza fondamentale per l’attività del gruppo nel suo insieme. Che per questo motivo adottava un processo creativo molto personale: non si partiva dalla composizione per poi inserirvi le parole, oppure da un testo che si metteva in musica, bensì da riunioni nelle quali l’organico del gruppo discuteva i contenuti e i significati  da attribuire al brano cui si stava lavorando.

Questo metodo, unito appunto al radicato background ideologico di alcuni elementi del gruppo, gli ha permesso di essere addirittura profetico, in proporzioni tali che non possono non stupire chi osservi da un punto di vista attuale l’attività di Area.area

A questo proposito, sempre nell’intervista di S.Elpidio A Mare, Patrizio Fariselli ha fatto riferimento al “Concept”, ovverosia a uno degli ingredienti tipici di molta della musica progressive e dei dischi pubblicati in quel periodo. Anche in maniera auto-riduttiva, se vogliamo, perché nel caso degli Area la questione va ben oltre la fanta-mitologia di personaggi alla “Tarkus” e alla “Aqualung” o alle storie di vita alla “Three Friends”. Nell’intervista concessami, Fariselli a questo riguardo ha attribuito molta della responsabilità alla struttura a supporto del gruppo, in particolare al duo Gianni Sassi – Gianni Emilio Simonetti.

Uno tra gli esempi più significativi della questione concettuale risiede proprio nel titolo di questa rievocazione, testo del brano “ZYG – Crescita Zero”. Si riferisce proprio al prodotto interno lordo, il famigerato PIL, anche se all’epoca era un parametro poco frequentato, quale prefigurazione del suo ristagnare, della sua caduta negli odierni scenari economico-politici. Ma soprattutto alle conseguenze, a livello etico, politico e sociale, della sua assunzione quale dogma assoluto, definitivo e inattaccabile, che priva di significato qualsiasi elemento non legato al denaro, producendo appunto la riduzione dell’individuo a “merce umana”.

Al titolo del brano menzionato anche Fariselli fa un riferimento spontaneo nel corso dell’intervista, specificando che all’epoca non ci fosse nei membri del gruppo una particolare coscienza al riguardo. Decisero ugualmente di fare atto di fede per le intuizioni del “team concettuale” Sassi – Simonetti, che ancora una volta aveva visto giusto.

Ecco allora che il brano si apre con una sequenza di rumori industriali, un’ulteriore predizione di Area per il genere industrial, che avrebbe visto la luce soltanto alcuni decenni dopo. Su di essa entra la voce di Stratos, che con tonalità disumanizzata e simbolicamente robotica declama le parole: “L’estetica del lavoro è lo spettacolo della merce umana”, conferendo ad esse tutta la drammaticità conseguente soltanto all’ipotesi che possano esistere individui in grado di sintetizzare concetti del genere e di servirsene per il proprio tornaconto.

Alle parte finale della frase viene impressa la cadenza semi-ipnotizzata dell’officiante una funzione religiosa, come a sottolineare la connotazione misticheggiante e fin quasi sacrale che il capitalismo più assolutista, al pari di altre ideologie indifendibili dal punto di vista della giustizia umana, tendone a imprimere alla propria dottrina e ai propri riti al fine di giustificarli con una motivazione di ordine superiore. Dimostrazione migliore che al riguardo non sia possibile riferirsi a nulla di più concreto. “Gott mit uns”, “Dio lo vuole” e “God bless America” sono tra gli esempi tipici del genere.

Il tutto suona come la prefigurazione degli slogan farneticanti propri degli automi troikaguidati e poi dei fantocci che quasi quattro decenni dopo interessi estranei al nostro paese avrebbero messo a capo del governo. Ovvero coloro i quali con il pretesto di sanare il debito, ma in realtà con lo scopo di aggravarlo ulteriormente com’è dimostrato dalla realtà, sono chiamati a smantellare i residui elementi democratici e di welfare del nostro ordinamento su commissione esterna. Per poi arrivare a riscrivere la stessa Costituzione Repubblicana, quadro giuridico necessario al nuovo ordine, su mandato di una tra le più note banche di speculazione a livello mondiale che al riguardo ha emesso il noto proclama. Ne deriva la più sanguinosa opera di macelleria sociale mai verificatasi nella storia della Repubblica Italiana, dagli effetti inimmaginabili solo poco tempo fa e della quale non si vede ancora la conclusione.

La seconda parte del disco si apre con “Mirage, MIRage?”, che con un gioco di parole, scelta usuale nel linguaggio del gruppo, fa riferimento alla sigla del gruppo rivoluzionario che cercava di opporsi al golpe cileno avvenuto pochi mesi prima. E probabilmente anche al miraggio costituito dal suo obiettivo, contrastare lo strapotere militare ed economico degli Stati Uniti, mandanti di quel golpe e del sanguinario dittatore Pinochet, il quale fino al giorno prima era il responsabile della sicurezza del legittimo presidente Salvador Allende, per poi essere messo a salvaguardia degli interessi finanziari e politici del paese nordamericano.

A chiusura di “Caution Radiation Area” c’è “Lobotomia”, brano ispirato al tentativo, da parte delle autorità tedesche dell’epoca, di sottoporre a resezione del cervello Ulrike Meinhof, ideologa e militante di spicco del gruppo politico RAF.

Ulrike Meinhof
Ulrike Meinhof

Quel tentativo fu sventato solo per l’ondata di proteste che suscitò un po’ in tutto il mondo, anche se la Meinhof trovò una morte misteriosa qualche tempo dopo, mentre si trovava ancora sotto la tutela delle autorità carcerarie.

Il pezzo è molto complesso da ascoltare proprio perché è atto se non a ferire, almeno a scuotere l’uditorio fin nelle sue viscere. E’ costituito da una lunga sequela di suoni lancinanti, dai quali emerge prima una cantilena da bambini, seguita dalla sigla di Carosello, il notissimo e più importante contenitore pubblicitario della TV di allora, amatissimo dai bambini che non volevano andare a letto prima di averlo visto. Arriva poi la musichetta altrettanto famosa della réclame della China Martini, quali esemplificazioni dell’azione distruttiva della pubblicità sulle coscienze, espressa appunto dalla cantilena bambinesca di cui sopra. Subito dopo arriva la sigla del telegiornale del primo canale di allora, strumento primario di propaganda e di distorsione della realtà politica e sociale. Questo per simboleggiare proprio gli effetti lobotomizzanti che conseguono dall’impiego dei mezzi di informazione e dal bombardamento effettuato per il loro tramite ai danni del pubblico inconsapevole. Che tale deve essere in funzione del condizionamento necessario ad assoggettarlo e a ridurne le capacità logico-cognitive a livello infantile.

Il brano veniva utilizzato dal vivo con la funzione di provocazione del pubblico, che nel buio più completo veniva illuminato da potenti fasci luminosi e indagato nei suoi singoli componenti mediante torce elettriche maneggiate dagli stessi componenti del gruppo.

area.maledettiUn altro grande simbolo delle capacità profetiche di Area è “Gerontocrazia”. Titolo che significa quel potere ai vecchi cui si fa riferimento nella spiegazione del brano, contenuta nella copertina interna dell’LP “Maledetti”, il quinto in ordine cronologico di pubblicazione.

In esso si immagina che nella società futuribile spaccata verticalmente e divisa in corporazioni, prefigurazione delle caste attuali che hanno definitivamente precluso qualunque forma di mobilità sociale, un plasma liquido sia la coscienza del mondo, custodita nel computer di una banca. Un guasto causa la dispersione del liquido, da cui la totale perdita della coscienza umana. A quel punto le possibili ipotesi evolutive sono: dare il potere ai bambini, alle donne oppure ai vecchi, scelta preferenziale e più probabile come simboleggia la scelta del titolo, che l’attuale realtà italiana ha indiscutibilmente sancito.

Il fatto che ora qui da noi i gerontocrati se ne stiano più defilati, limitandosi a tirare i fili dei burattini cui delegano la loro immagine pubblica è ancora più significativo al riguardo.

Un ulteriore elemento delle capacità degli Area di vedere nel futuro è in “Vodka Cola”, brano incluso nell’ultimo LP della loro formazione storica, “1978: Gli Dei Se Ne Vanno, Gli Arrabbiati Restano”, che prefigura il fondersi tra gli elementi dell’assolutismo imperialista statunitense con l’autocrazia dispotica di origine sovietica. Quelli che sono poi i tratti distintivi assunti dell’odierno potere comunitario, sottrattosi ai processi elettorali di legittimazione del mandato popolare, al fine di imporre una forma di autorità istituzionale non più subordinata ad esso, neppure in parte.

Al di là delle questioni che riguardano il linguaggio musicale e le modalità con cui lo si è articolato, per quanto siano state estremamente innovative e rimangano attualissime e tuttora d’avanguardia, è questa preveggenza persino inquietante l’origine della parte maggiore della stima che oggi sono personalmente indotto a tributare al gruppo Area, pur apprezzandone moltissimo la musica.

Crac!

Il terzo LP degli Area era di rottura rispetto ai precedenti. Lo si capiva fin dalla copertina. Su di essa campeggia una reiterazione su quattro riquadri di impronta vagamente warholiana della raffigurazione cibernetizzata di un uovo, al cui guscio rotto da un cucchiaino sono applicate le perforazioni tipiche dei nastri cartacei con cui all’epoca si impartivano le istruzioni ai computer. Il suo titolo, “Crac!”, lo spiega ancor meglio.

Dopo la deflagrazione di “Arbeit” e l’estremizzazione di “Caution”, segna un parziale ritorno ad atmosfere più comunicative e rilassate, per quello che è forse il disco più facile da ascoltare del gruppo. Le parti cantate riprendono la loro centralità e continuano a veicolare un messaggio che sostiene comunque l’obiettivo di liberazione e di alternativa.

Gioia e Rivoluzione”, ma in una forma meglio fruibile che a detta degli stearea-cracssi componenti del gruppo risente in modo positivo degli avvenimenti succedutisi durante il periodo di progetto e di gestazione del disco, primi fra tutti la fine della dittatura dei colonnelli in Grecia, la fine della guerra in Vietnam e la “rivoluzione dei garofani” che in Portogallo ha concluso una dittatura pluridecennale. Infine, l’avanzare dei diritti civili nel nostro paese.

Maggiore comunicativa, insomma, a fronte della quale il gruppo non rinuncia assolutamente a riproporre gli elementi ormai canonici del suo stile, che in tal modo trovano la strada per proporsi a un pubblico più ampio. Non a caso sarà il disco degli Area che farà registrare il maggior numero di vendite, a parte quello d’esordio.

Maledetti

Dopo l’intermezzo di “Are(A)zione” registrato dal vivo al Parco Lambro di Milano, durante l’edizione 1975 della “Festa del Proletariato Giovanile” e nel quale oltre al resto c’è una versione di “La Mela Di Odessa” particolarmente trascinante, il disco successivo è “Maledetti (Maudits)”. In esso il quintetto fino ad allora fisso viene sostituito da una struttura di gruppo aperto, tendenza in quel periodo piuttosto comune per i gruppi di avanguardia. La scelta si doveva in parte alla temporanea dipartita di Giulio Capiozzo e Ares Tavolazzi, che provvisoriamente entrarono a far parte dell’orchestra di Andrea Mingardi e figuravano solo in un brano del disco.

Così attorno al trio Stratos-Fariselli-Tofani ruotavano il bassista Hugh Bullen, il batterista Walter Calloni, il percussionista Paul Lytton, il grande sassofonista Steve Lacy, i fratelli baschi Arzé alla txalaparta, uno strumento a percussione. Un brano addirittura veniva eseguito soltanto dal quartetto d’archi di Umberto Benedetti Michelangeli, il fratello di Arturo. Era “Il Massacro di Brandeburgo in Sol Maggiore”. Per esso si utilizzava un frammento del Terzo Concerto Brandeburghese in Sol Maggiore di Bach.

Non era assolutamente una concessione alla musica classica, ma una “Demolizione del corporativismo musicale attraverso la progressiva cancellazione delle parti più importanti nello svolgimento del contrappunto bachiano nelle prime 46 battute”.

Del disco faceva parte anche “Caos”, abitualmente eseguito dal vivo con l’aiuto di una coppia di fili stesi tra il pubblico, che veniva invitato a toccarli, e collegati a un sintetizzatore. Così che potessero aver luogo l’interazione con il gruppo e la comunicazione creativa, altri elementi allora ricercati nel tentativo di abbattere lo steccato che separava esecutori e fruitori. Al riguardo, le note di copertina raccontano di episodi che potrebbero essere “…a volte letti dai connoisseurs sordi e reazionari come comportamenti ineducati; in realtà non è altro che partecipazione alla nostra proposta”.

E poi, “Mediante il contatto su quei fili, il pubblico partecipava provocando variazioni del tutto casuali mediante il contatto delle mani. L’aggiungere e togliere il contatto, il numero di persone coinvolte al momento, determinavano questo caos imprevedibile, controllato, ma pur sempre casuale. La musica è in questo caso secondaria, è un pretesto per innestare questi meccanismi”.

Lo stesso brano, nella versione molto più estesa eseguita in concerto e suddivisa in due parti, costituiva l’ossatura di “Event ’76”, nuovo disco dal vivo, a testimonianza da un lato dell’attività in tournée di Area nella versione in trio Stratos-Fariselli-Tofani, affiancato da Steve Lacy e Paul Lytton, e dall’altro di quello che divenne un vero e proprio happening, indirizzato al superamento delle forme espressive tradizionali e delle barriere che da sempre separavano i musicisti dal pubblico.

E’ di gran lunga l’album di ascolto più impegnativo e complesso nella discografia di Area, che nondimeno segna un passaggio fondamentale per la storia artistico-culturale del gruppo e non solo di esso. L’album cattura infatti un nuovo tentativo di andare oltre i limiti dai quali erano influenzate anche le forme più libere come il free jazz. In esso, o meglio nelle sue modalità espressive, il gruppo riconosceva a ragione “la tendenza ad aggrapparsi al vicino e a ripetere inconsciamente su binari circolari quanto dall’altro gli viene proposto”.

Nell’intento di superare le limitazioni alle quali gli stessi esecutori finivano con l’assoggettare anche le forme musicali concepite per essere più libere, Area utilizzava ancora una volta gli strumenti della cultura e del raziocinio. A tale scopo “…introduce un atteggiamento individualistico nell’improvvisazione che diventa elemento produttivo e di confronto: l’imperfezione è insieme causa ed effetto della nostra crescita evolutiva musicale”.area-event-76

Per questo venne escogitato un procedimento che consisteva in una serie di pezzetti di carta, con scritti degli “stati di banalità emozionale”, tra i quali 5 di violenza, 5 di ipnosi, 5 di sesso, 5 di ironia e 11 silenzi. Ogni artista ne pescava a caso 6, sui quali basava la sua esecuzione. Ogni 90 secondi l’improvvisazione era obbligatoriamente variata dal cambiamento dello stato che ogni musicista aveva pescato e stava cercando di interpretare.

Inevitabile rilevare la profondità concettuale e di analisi di Area, che non si limitavano assolutamente alla questione politica come certo fondamentalismo attuale vorrebbe far credere. Quegli elementi non sono altro che lo specchio dei tempi in cui si materializzarono, che proprio per questo la propaganda attuale insiste a presentare esclusivamente nella veste di “anni di piombo”. Fingendo oltretutto di non sapere quale origine avessero le bombe e gli attentati che allora ebbero luogo, giustamente definiti Stragi di Stato.

Gli scopi sono evidenti: delegittimare in toto quel periodo e di conseguenza la libertà di pensiero, la totale messa in discussione di dogmi e stereotipi, la volontà di condivisione e di evoluzione verso una maggiore equità sociale da cui fu caratterizzato. Dato che, se messe in prospettiva rispetto alla massificazione e al degrado etico, ma prima di tutto all’annichilimento delle coscienze tipici della nostra epoca, non potrebbero che palesarne la realtà fortemente regressiva. Volta in primo luogo a trasformare gli individui da esseri senzienti a componenti meramente numerici di un gregge, inoffensivo per definizione, e in quanto tale atto soprattutto a lasciarsi guidare docilmente laddove gli interessi del suo conduttore trovano l’affermazione compiuta.  

La discografia del gruppo si arricchì in quel periodo di “Anto/Logicamente”, che però non era il solito “Greatest hits” a uso e consumo del pubblico più superficiale, che vuole soltanto avere tutti insieme i brani di maggior successo. Si trattava invece di una rivisitazione, basata su nuove esecuzioni, dei brani che si riteneva avessero riscosso l’attenzione minore da parte del pubblico, e in quanto tali meritevoli di una maggiore esposizione.

Concetto, anche questo, che sintetizza con efficacia la volontà del gruppo di non cadere nelle logiche commerciali tipiche dell’industria discografica.area-antologicamente

Il periodo successivo all’uscita di “Maledetti” segna l’inizio della traiettoria conclusiva nella storia del gruppo, che rimase caratterizzata da una fecondità creativa indiscutibile, peraltro coniugata in base alla maturità raggiunta dai suoi componenti. Alcuni di loro registrano dischi a proprio nome, in particolare Stratos, che in tal modo trova lo spazio più adatto per le sue sperimentazioni vocali. Sempre con la Cramps pubblica, in ordine cronologico, “Metrodora”, “Cantare La Voce” e “Le Milleuna”, inclusi nelle collane “Nova Musicha” e “DIVerso”. Anche Fariselli e Tofani si dedicano ai loro progetti, rispettivamente “Antropofagia” e “Indicazioni”.

I dischi di Stratos, per sola voce, danno rilievo alle modalità espressive derivate dalle sue ricerche, che spaziano dal folclore etnico di origine balcanica, fino al P’ansori del teatro coreano e alle musiche di Siberia e Mongolia. In “Metrodora” effettua un compendio degli esperimenti effettuati fino a quel momento, tendenti a espandere i limiti della voce, che trovano il picco nelle diplofonie e triplofonie mediante le quali riusciva a emettere più suoni contemporaneamente.

Quei dischi rappresentano un po’ la summa artistica di Demetrio Stratos, e anche la testimonianza del fatto che lui è stato il cantante più grande della musica moderna. A qualsiasi livello.

In quel periodo viene chiamato a un gran numero di collaborazioni, come quelle che riguardano la musica contemporanea, con John Cage e Merce Cunningham tra gli altri, partecipa anche al disco solo di Mauro Pagani, nel frattempo fuoriuscito dalla PFM, e soprattutto al progetto Carnascialia. Ad esso prendevano parte lo stesso Pagani, i jazzisti Giammarco e Vittorini, oltre ad alcuni componenti del Canzoniere del Lazio. Il gruppo realizzò il disco omonimo, distribuito in pochissime copie e colpevolmente mai ristampato in CD se non sul mercato giapponese. Da qualche tempo ne circola una riedizione su vinile.Carnascialia

Siamo ormai nel biennio 1977-78, periodo in cui i gruppi più rappresentativi del rock progressivo italiano avevano “deposto le armi” o comunque iniziato la loro ricerca di un pubblico più ampio. Effettuata soprattutto mediante la sostanziale banalizzazione della loro musica, in particolare da parte di PFM e Banco. Scelte che peraltro rispecchiavano i tempi e le mutate esigenze dell’industria discografica: il rock progressivo era stato ormai quasi del tutto soppiantato dal punk e dalla new wave sia in Inghilterra che negli Stati Uniti, per quel che riguarda l’ala più oltranzista della scena musicale. Dall’altra parte l’avvicinamento a forme più abbordabili per il grande pubblico connotò l’attività di molti tra gli artisti più in vista del rock progressivo. Significative al proposito le esperienze di un gruppo come gli Asia, quelle degli Yes e di molti altri.

Area invece resta fedele alle sue scelte e ai suoi obiettivi di ricerca, malgrado il 1978 segni l’uscita di Paolo Tofani dal gruppo, che preferì seguire il suo itinerario personale. Volto inizialmente alla ricerca di nuovi spazi espressivi, lo porterà invece a farsi monaco buddista e a realizzare insieme con Claudio Rocchi, defunto qualche anno fa e vero decano della musica rock italiana, il disco “Un Gusto Superiore”.

Gli dei se ne vanno

L’attività del gruppo prosegue parallelamente alle esperienze soliste dei suoi componenti, anche con l’uscita di quello che sarà l’ultimo disco della formazione storica, a parte l’assenza di Tofani: “1978: Gli Dei Se Ne Vanno, Gli Arrabbiati Restano”. Malgrado il titolo si tratta di un disco più acustico e parzialmente rilassato rispetto al precedente, forse proprio per via della defezione di Tofani. Il cui apporto all’economia sonora del gruppo risulta ora, per processo sottrattivo, forse meglio definibile che in passato, sia pure in maniera alquanto paradossale.

Il disco segna per un verso quasi un ritorno alla forma canzone, in particolare nella prima facciata, ma allo stesso tempo lo spostamento del gruppo verso il jazz acustico. Ciò avvenne anche in virtù del recupero del pianoforte da parte di Fariselli, prima di allora più legato al Fender Rhodes e ai sintetizzatori. In un’epoca in cui i campioni del prog si banalizzano a oltranza, Area va ancora una volta in direzione ostinatamente contraria, verso le forme legate al jazz, quindi più impegnative.

Soprattutto, il disco offre la possibilità di ascoltare, sia pur brevemente, le diplofonie e le triplofonie di Stratos anche al pubblico che non si sente di avventurarsi nei dischi solo del cantante. Il brano in questione è “Return From Workuta”.

In “Acrostico In Memoria Di Laio” si effettua invece la sperimentazione di un lungo rap ante litteram, innestato su una ritmica funkeggiante.

Il disco esce per la Ascolto, appartenente al gruppo CGD, segnando l’abbandono dell’etichetta Cramps, alla quale invece resta legato Stratos. area-gli-dei-se-ne-vanno

Il deciso cambio di atmosfera è preannunciato dalla grafica di copertina, caratterizzata anche dal nuovo logo del gruppo, che ritrae un leone e una bambina intenti in una sorta di affettuoso colloquio muto, stanti i fumetti vuoti presenti sopra le loro teste. Come se a definirne il contenuto fosse demandato l’ascoltatore.

All’interno non si rinuncia alla consueta descrizione delle coordinate culturali di ogni brano, ancor più profonde del solito.

L’album è purtroppo il canto del cigno per il gruppo, almeno per quel che riguarda la formazione storica: di lì a poco Stratos lo abbandonerà, per seguire la sua attività da solista, a quel punto bisognosa di spazi più ampi per poter esprimersi al meglio. Oltre ai dischi a suo nome, al gran numero di collaborazioni e di inviti a rassegne artistiche e culturali di grande prestigio, anche e soprattutto a livello internazionale, si sarebbe articolata su una serie di esibizioni affrontate in perfetta solitudine, con il solo aiuto di un registratore magnetico. Purtroppo non durerà molto, poiché nel marzo del 1979 viene colpito da una forma rara di aplasia midollare, nei confronti della quale ogni cura si rivelerà inutile.

Mentre era ricoverato a New York viene organizzato, per il 14 Giugno 1979, un concerto destinato a raccogliere fondi in suo aiuto. Ma proprio mentre si sta allestendo il palco giunge la notizia della sua morte, avvenuta il giorno precedente.

Il concerto diventa allora un commiato e insieme un tributo al grande artista e allo sperimentatore. La sua dipartita priva la musica d’avanguardia italiana del suo interprete più stimato, preveggente e coraggioso, segnando nel modo più drammatico un punto di transizione dopo il quale nulla sarà più lo stesso.

Il rimpianto, enorme, è in primo luogo per la grande umanità di Stratos, e ovviamente per tutto quello che avrebbe potuto dare a livello artistico e creativo, lui che “incarnava la quintessenza dell’atteggiamento progressivo”, come disse Gianni Nocenzi.

La registrazione di quel concerto è stata pubblicata su un album doppio, “1979 Il Concerto, Omaggio a Demetrio Stratos”.

Dopo Stratos

La storia di Area, tuttavia, non si ferma. Il gruppo prosegue la sua attività pure così menomato e nel 1980 dà alle stampe “Tic&Tac”. Il primo album senza Stratos prosegue sulla via intrapresa dal gruppo dopo la fuoriuscita del cantante, privilegiando quindi la vena jazzistica, che peraltro sembra aver avuto un suo peso sui motivi della separazione. Non è un caso, quindi che la formazione si circondi di musicisti come Larry Nocella, Pietro Tonolo e Massimo Urbani. L’attività prosegue fino al 1983, anno in cui viene sospesa. Per essere ripresa qualche anno dopo con Area 2, che darà vita a due album: “Area 2” per l’appunto e “City Sound”.

Una nuova sospensione dell’attività e si arriva al 1993, anno in cui Fariselli e Capiozzo riprendono a suonare assieme, a volte anche con Ares Tavolazzi.

Nel 1997 esce “Chernobyl 7991”, lungo il repertorio del quale, completamente nuovo, riecheggiano numerose tra le soluzioni stilistiche del gruppo originario, sia pure inserite in atmosfere e in contesti del tutto diversi. Si tratta comunque dell’album più valido dai tempi di “Gli Dei Se Ne Vanno…”, area-tchernobyl-7991eseguito con la collaborazione di Pietro Condorelli, Paolino Dalla Porta, John Clark e altri. Il gruppo si esibisce anche dal vivo, talvolta con Ares Tavolazzi al basso. Il nuovo album include “Sedimentazione”, che condensa in poco più di un minuto tutta la musica eseguita dagli Area, mediante una sovrapposizione eseguita con l’impiego di un computer, ed “Efstratios” brano in omaggio al grande Demetrio. Entrambi i brani fanno parte del repertorio attualmente eseguito dal vivo.

Nel 2000 muore Giulio Capiozzo, seguito nel 2003 da Gianni Sassi, il maggior responsabile del retroterra concettuale che ha supportato l’attività del gruppo.

Nel 2009, a seguito di una rievocazione per il trentennale della scomparsa di Demetrio Stratos, si ricompone il trio superstite Fariselli – Tavolazzi – Tofani, affiancato da Walter Paoli alla batteria e da altri ospiti come Mauro Pagani.

Nell’intervista concessami dal gruppo, Ares Tavolazzi specifica che non si tratta della solita operazione commerciale, anche se a dire il vero ha usato un’espressione molto più forte. Dovuta all’impossibilità di fare altro, che finisce con l’obbligare a riprendere in mano i brani di un tempo per effettuarne un’interpretazione pedissequa e, per quanto gradita agli aficionados, ormai fuori dal tempo e ridotta alla copia di sé stessa.

Sempre a detta di Tavolazzi, in questo caso siamo di fronte a uno sviluppo del percorso artistico dei componenti del gruppo, che li ha portati a questa nuova esperienza, basata in gran parte sui suoi brani storici, ma rivisti e reinterpretati secondo le mutate sensibilità degli esecutori.area-live2012

Il quartetto ha pubblicato un doppio album, “Live 2012”, in cui sono rieseguiti alcuni tra i brani più celebri del gruppo, in versioni che pur palesando l’assenza di Stratos, la affrontano senza complessi o velleità di improbabili sostituzioni. Proprio in questo modo sottolineano la grandezza di un discorso musicale che è stato tra i pochissimi ai quali è riuscito di sottrarsi alla colonizzazione culturale di matrice anglosassone, producendo uno tra i rari esempi di alternativa concreta all’immobilismo che pervade il paese in primo luogo nella mentalità dominante, anche nelle forme espressive che dovrebbero essere alternative. Ma soprattutto si pone di nuovo in luce il valore incalcolabile di un gruppo che racchiude nella sua esperienza un patrimonio tra i più rilevanti e non solo nell’ambito della musica italiana.

DISCOGRAFIA

Arbeit Macht Frei” 1973 Cramps Records

Caution Radiation Area” 1974 Cramps Records

Crac!” 1975 Cramps Records

Area(A)zione” 1975 Cramps Records

Maledetti” 1976 Cramps Records

Anto/logicamente” 1977 Cramps Records

1978: Gli Dei Se Vanno Gli Arrabbiati Restano” 1978 Ascolto

Event’76” 1979 Cramps Records

Tic & Tac” 1980 Ascolto

Concerto Teatro Uomo” 1996 Cramps Records

Parigi Lisbona” 1996 Cramps Records

Tchernobyl 7991” 1997 Sony Music

Live 2012” Up Art Records 2012

http://www.area-internationalpopulargroup.com/

One thought on “L’estetica del lavoro è lo spettacolo della merce umana

  1. Gli Area sono il gruppo italiano che forse ho apprezzato di più.
    Quest’articolo mi ha fatto venire voglia di riascoltarli.
    Ancora oggi la loro musica lascia senza parole.

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