Anni epici

Mentre scrivevo “I dischi di Giugno“, il caso ha voluto che dovessi occuparmi della riedizione audiophile di due album che hanno segnato la mia scoperta della musica di un certo tipo, allora una sorta di oggetto misterioso. I dischi in questione sono “The Family That Plays Together” degli Spirit e “A Salty Dog” dei Procol Harum. 

Il disco degli Spirit. gruppo del grande chitarrista Randy California, mi è rimasto impresso poiché fu l’atto di iniziazione a una delle passioni che ha segnato maggiormente la mia vita.

Ero a casa di un compagno di scuola e lui mi mostrò alcuni dischi del fratello maggiore, appassionato di musica e parte di un giro di amici altrettanto presi dal rock, anche se tale definizione si sarebbe diffusa solo alcuni anni dopo. Mise sul piatto proprio “The Family…”, del quale sul momento forse non capii molto, ma mi colpì fortemente. Forse anche perché lo ascoltammo per mezzo del suo giradischi “Selezione”, la cui sfilata di manopole a tutto frontale sembrava chissà che, e anzi proprio il massimo che si potesse desiderare per l’ascolto di musica.

Mentre il disco suonava mi rigirai a lungo tra le mani la sua copertina, che si è fissata nella mia memoria e ora, dopo tanti anni, è una tra le immagini che associo più vividamente a quel periodo della mia vita. Che appunto fu profondamente influenzato dalla scoperta di quella musica strana e particolare, dalla quale non mi sono più separato.

Parlando di “A Salty Dog”, fin quasi in automatico la memoria è andata ad “Avventura” programma televisivo di Bruno Modugno dedicato alle giovani generazioni, cui faceva da sigla finale. L’apertura era affidata invece a “She Came In Through The Bathroom Window” nell’interpretazione di Joe Cocker: insieme a “Living In The Past” dei Jethro Tull, che era la sigla di “Racconta la tua storia”, e ad alcuni altri brani fu in concreto una sorta di introduzione semiclandestina della TV di Stato al mondo della musica rock, allora deliberatamente trascurato, a favore della musica leggera nazional popolare dei Claudi Villa, delle Oriette Berti e dei Gianni Morandi.

E’ anche vero che l’orchestra della Rai proponeva abitualmente nelle trasmissioni dedicate al grande pubblico, assaggi ragguardevoli di musica jazz, o meglio per big band, ma questo è un altro discorso.

Il rock era considerato “roba da capelloni”, osservazione che mi sono sentito fare persino venticinque anni dopo da una persona legata al settore dell’audio. Che così ha dimostrato l’anacronismo della sua mentalità e un’indole reazionaria, oltre all’incapacità di comprendere le cause che hanno portato la riproduzione sonora di qualità al centro dell’interesse di fasce di pubblico tanto ampie. E quindi, in definitiva, cosa gli abbia permesso di dedicarsi all’attività che svolge da anni nel tempo libero.

Del resto, come ho scritto già da tempo, in certi ambienti meno si capisce e più ci si fa strada. Proprio perché quello che conta davvero non è il saper fare, ma assumere gli atteggiamenti giusti e soprattutto comprendere all’istante su quale carro saltare.

All’epoca il rock era malvisto poiché se ne temeva il potenziale di cambiamento, inaccettabile per l’immobilismo così ben radicato nell’Italia reale degli anni 60 e 70.

Malgrado ciò, già nel 1968 si ebbero due eventi di grande portata nell’ambito della musica rock. Mi riferisco all’esibizione di Jimi Hendrix e a quello che fu definito “Primo festival internazionale in Europa di musica pop”. Si articolava su 4 serate consecutive, dal 4 al 7 Maggio, e vi si esibirono artisti come Donovan, Traffic, Pink Floyd, Brian Auger e Julie Driscoll, Byrds, Nice, Captain Beefheart, Fairport Convention, Ten Years After, Family, Soft Machine e Move, solo per menzionare i più importanti.

A rappresentare il nostro paese c’erano i Giganti e i Camaleonti, che con il rock avevano a che fare fino a un certo punto, testimonianza attendibile della condizione embrionale in cui la pratica di questo genere musicale si trovava nel nostro paese. Nondimeno sarebbero bastati circa tre anni perché si innescasse il fenomeno del progressivo italiano, che si sarebbe affermato come uno tra i più importanti e prolifici a livello planetario.

Da buoni esterofili ce ne saremmo accorti solo fino a un certo punto, oltretutto snobbandolo in larga parte. Tanto è vero che fino a qualche anno fa, se erano reperibili copie viniliche di molti degli album realizzati nel periodo lo si doveva espressamente a giapponesi e coreani, che a suo tempo ripubblicarono, rispettivamente con la Seven Seas e la Si-Wan, tutto il catalogo del prog tricolore.

Poi da buoni ultimi siamo arrivati noi, che solo di recente abbiamo iniziato a ristamparne gran parte degli album, su supporto digitale o analogico.

 

Per voi giovani, Pop Off & c.

La situazione sul versante radiofonico era meno precaria, dato che alle 16 di tutti i giorni feriali andava in onda “Per Voi Giovani”, programma di due ore e oltre dedicato proprio alla musica rock. Nel momento in cui iniziai ad ascoltarlo era nella sua fase migliore, quella in cui alla condizione c’erano Paolo Giaccio, Mario Luzzatto Fegiz, Massimo Villa e altri.

Nella trasmissione aveva il suo spazio anche il compianto Claudio Rocchi, tra gli iniziatori del rock italiano cui si deve il bell’album Volo Magico N.1“. Lo “spazio Rocchi” era dedicato a folk, musica acustica e fuori dagli schemi, ben distinto dal resto della trasmissione e aveva anche la sua sigla, “Acquiring The Taste” dei Gentle Giant. Quella dell’intero programma era invece “Moby Dick” dei Led Zeppelin. In precedenza, fino al 1970, la sua sigla fu un rifacimento di “The Cat” dell’organista jazz Jimmy Smith, mentre in una fase successiva venne adottata “Glad” dei Traffic. A quel punto però, le cose non erano più le stesse di prima.

Come tutto quello che funziona troppo bene, Per voi giovani si vide imporre diverse mutazioni, che prima snaturarono il programma e poi lo condussero a una fine immeritata.

Trovò una sorta di parallelo serale in “Pop Off“, condotto da Raffaele Cascone, che a sua volta faceva parte dellla squadra di Per voi giovani. In breve anch’esso venne ridefinito, suddividendolo in due parti e cambiandone la denominazione in “Radio 2 21 e 29“, canale e ora d’inizio del programma. Venne affidato a un gruppo composto da vari conduttori che si alternavano nelle due fasi e nei diversi giorni della settimana. Essendo di fascia notturna, Pop Off aveva attitudini se vogliamo di maggiore apertura verso la musica d’avanguardia e contaminata con il jazz. Inizialmente ebbe per sigla “Papaya“, brano cantato da Urszula Dudziak, moglie del violinisita polacco Michal Urbaniak, che forse alcuni ricorderanno. 

Ai tempi, e dal mio punto di vista, il discrimine era dato appunto dall’ascoltare “Supersonic“, programma leggerino di pop alquanto commercialotto trasmesso subito prima, il cui sottotitolo “Dischi a mach 2” ne lasciava sottintendere le attitudini, oppure “Pop Off”/”Radio 2 21 e 29”.

Inutile dire che la maggioranza seguiva proprio “Supersonic”, durante il quale si poteva ascoltare talvolta qualcosa di interessante, ma i veri cultori di musica “alternativa” ascoltavano Pop Off prima e poi Radio 2 21 e 29.

Per chi è troppo giovane per aver vissuto quell’epoca è fin quasi impossibile cogliere sia pure sommariamente la realtà del periodo, caratterizzato da un perbenismo ipocrita e se vogliamo da un’arretratezza, a livello culturale e di costumi, oggi fin quasi incomprensibili. Nello stesso tempo, però, non si erano ancora manifestati i meccanismi volti alla regressione intellettiva o il far leva finanche morboso sulle pulsioni peggiori dell’animo umano, che sono stati il veicolo di affermazione primario delle TV private. Per le radio magari le cose sono andate in maniera differente, dato che almeno nei primi anni della liberalizzazione vi furono diversi esempi di emittenti alternative. Col passare del tempo però non hanno potuto far altro che soccombere o arrendersi all’omologazione che ha finito con il rendere la realtà radiofonica attuale persino peggiore di quella televisiva, con una serie di emittenti che tranne eccezioni più uniche che rare sono la fotocopia l’una dell’altra e fanno a gara nell’allinearsi sul peggio del peggio.

Per farsi un’idea delle condizioni tipiche di quel periodo, occorre anche tenere presente che i generi musicali erano ancora molto diversificati e a compartimenti stagni gli uni nei confronti degli altri.

Da una parte c’erano i campioni già menzionati della canzonetta nazional-popolare e tutto quanto ad essi assimilabile, caratterizzato da una stabilità pressoché assoluta degli stilemi musicali, dalle rime cuore – amore e dal disimpegno estremizzato alla “Fin che la barca va”. Osservato con gli occhi di oggi quel genere, che per fortuna presentava anche qualche eccezione, aveva almeno il merito di essere espressione genuina della cultura tipica del nostro paese. Dunque manteneva una sua identità precisa, del tutto antitetica alla massificazione globalizzata della musica leggera attuale, che ormai è omologata a fondo qualunque ne sia l’origine.

Oggi nell’ambito della musica commerciale predomina la stessa logica che in campo politico-sociale ha portato al pensiero unico. Infatti non ci sono più generi musicali ma solo quella sorta di minestrone che dovrebbe accontentare tutti, ma proprio perché non è più né carne né pesce in realtà non accontenta nessuno. Al più può andare bene per la suoneria del telefonino e per un’utenza particolarmente distratta che necessita soltanto di un sottofondo sonoro durante i suoi acquisti in supermercati e centri commerciali. Il suo scopo primario allora è quello di dissimulare l’omologazione e lo squallore che emerge in quei luoghi non appena lo sguardo si sofferma in ciò che va oltre la cornice di insegne e vetrine multicolori, fatta apposta per l’offerta di merci prive di ogni qualità.

A fianco del genere da Canzonissima, destinato a mamme e zie più o meno attempate, c’era la sua variante destinata al pubblico più giovane o forse solo in apparenza giovanile. Questa scimmiottava più che altro per atteggiamenti, pettinature e vestiario situazioni un tempo più evolute, ma irrimediabilmente fuori moda nei luoghi d’origine, in ogni caso tenendo ferma la barra sui capisaldi del genere musicale “all’italiana”, un minimo modernizzato, ma sempre con grande prudenza. Era caratterizzato da solisti alla Little Tony e alla Bobby Solo, insieme ad altri che reputavano fondamentale il riferimento ai loro precedenti più o meno noti, come Renato dei Profeti o Maurizio dei New Dada. Anche in quest’ambito non mancavano i gruppi come I Nuovi Angeli, I Cugini di Campagna, Il Giardino dei Semplici e similari, a capostipiti dei quali potremmo indicare i Pooh. In quanto tali erano persino più obbrobriosi di qualsiasi Orietta Berti, proprio perché questa aveva una sua dignità, che stava appunto nel mostrare senza finzioni il proprio ruolo.

I gruppi alla Dik Dik, Camaleonti, Equipe 84 e similari, con rifacimenti di brani stranieri e pezzi originali, alcuni anche piuttosto belli, rappresentavano il passo successivo, per quanto restassero ben inseriti nel circuito discografico e festivaliero nazionale.

A dire il vero esistevano anche cose più toste, come ad esempio I Corvi, più unici che rari nel panorama italiano, che quindi non riuscirono a influenzarlo più di tanto, malgrado abbiano ancora oggi un certo numero di convinti estimatori.

Infine c’era la musica rock, che allora non si chiamava ancora così, ma ci si riferiva ad essa come “pop”, malgrado nella terra d’origine il termine significasse tutt’altra cosa. Era stata preceduta dal cosiddetto fenomeno dell’underground, di cui si sentiva parlare talvolta, anche se chi vi faceva riferimento, sovente con fare da cospiratore.

Per underground si intendeva un po’ tutto e tutto il suo contrario, dai Vanilla Fudge ai Pink Floyd agli Iron Butterfly, quelli di “In A Gadda Da Vida” e così via.

Nondimeno alcune case discografiche, nell’angolo in alto a sinistra delle copertine dei loro album più azzardosi stampigliavano la scritta “underground music”.

In ogni caso in quel periodo il rock era roba da marziani e solo pochissime persone vi si interessavano. Ancora meno erano quelli che possedevano dischi del genere o addirittura fossero stati a qualche concerto.

Nomi come Grand Funk Railroad, Deep Purple, Jethro Tull, Ten Years After, Nice, Quatermass, Traffic, solo per menzionarne alcuni, erano patrimonio di conoscenza per un ristretto gruppo di iniziati, anche se nel volgere di qualche anno la musica rock avrebbe conosciuto una vera e propria esplosione anche nel nostro paese. Arrivando a fornire platee di 10-15.000 persone non solo ai concerti dei gruppi più apprezzati, come ad esempio quelli dei Santana o dei Genesis, ma anche a realtà più legate al jazz, che altrove non sempre trovavano un seguito simile. Un esempio per tutti, quello dei Weather Report.

In quel periodo fecero la loro comparsa anche i primi gruppi rock italiani, in particolare la Premiata Forneria MarconiLe Orme e gli Osanna. Dalla prima rimasi particolarmente impressionato nella loro apparizione televisiva, cosa più unica che rara, in cui presentarono “Impressioni Di Settembre” e “La Carrozza di Hans“, brani del loro singolo d’esordio. Delle Orme invece ricordo il juke box in un bar piuttosto lontano da casa mia, in cui mi recavo spesso proprio per ascoltare “Cemento Armato“, tra gli sguardi infastiditi degli astanti, evidentemente non avvezzi a quel tipo di sonorità, anche per via del solo di organo Hammond che seguiva la parte cantata.

Non passò molto tempo che il disco fu tolto da quel juke box.

 

Il rock italiano alla conquista del pubblico internazionale

Gli Osanna furono forse quelli che proposero la maggiore complessità nel loro discorso, sia tentando una maggiore diversificazione nelle loro scelte stilistiche, come nel loro secondo LP “Palepoli“, sia nella prosecuzione della loro carriera, che vide il gruppo dividersi in due tronconi. Quello del sassofonista Elio D’Anna si trasferì stabilmente in Inghilterra e pubblicò tre LP con il nome di Nova: “Nova“, “Blink” e “Vimana“.

Anche la PFM trovò spazio a livello internazionale. Tutto iniziò con il loro secondo LP, “Per Un Amico“, che fu presentato nel Dicembre del ’72 al Palasport dell’Eur, con un concerto gratuito al quale era presente Greg Lake. Scopo, mettere il gruppo sotto contratto per la Manticore.

L’etichetta che pubblicava i dischi di Emerson, Lake & Palmer doveva occuparsi degli album della PFM dedicati ai mercati esteri. Iniziando da “Photos Of Ghosts“, compendio di brani scelti dai primi due LP e poi con “The World Became The World“, versione anglofona e parzialmente rimaneggiata nei brani in scaletta di “L’Isola Di Niente“, dedicato al mercato nazionale. I testi in inglese erano curati da Peter Sinfield, in precedenza paroliere dei King Crimson. Il disco successivo, “PFM Live” riassumeva la prima tournée statunitense del gruppo, che ebbe un buon successo. Per i mercati esteri ebbe il titolo “Cook“.

Da quel momento in poi l’attività della PFM sembrò puntare definitivamente sull’estero, in particolare Stati Uniti e Inghilterra. Allo scopo entrò a far parte del gruppo il cantante degli AcquafragileBernardo Lanzetti, molto più a suo agio con l’inglese. Proprio gli Acquafragile avevano aperto la serata del concerto gratuito della PFM in cui era presente Greg Lake.

Così fu pubblicato l’album “Chocolate Kings” il primo a non avere il suo corrispettivo italiano, cui seguirono nuove tournée internazionali. Il gruppo partecipò anche a trasmissioni televisive come “The Old Grey Whistle Test”, avvenimento d’importanza notevole per farlo conoscere al grande pubblico, ma proprio quando le cose sembravano volgere al meglio fece improvvisamente il suo ritorno in patria. I suoi componenti dissero di non essere riusciti a reggere il ritmo e di aver improvvisamente sofferto di nostalgia per l’Italia. Altre fonti invece raccontano una storia diversa, che ha avuto origine nel momento in cui il gruppo volle partecipare a un concerto organizzato per solidarietà nei confronti del popolo palestinese. Informata della cosa, la lobby a capo dell’industria discografica e dei concerti tentò di bloccare la partecipazione all’evento. Restò inascoltata, ma impose uno stop irrevocabile all’attività del gruppo, che quindi rientrò in Italia.

Fu così che il disco successivo venne intitolato significativamente “Jet Lag“. Va detto comunque che già in “Chocolate Kings” la vena ispirativa del gruppo aveva iniziato a mostrare segni di stanchezza. O meglio di un sostanziale ritardo nell’evoluzione del linguaggio musicale. Da sempre legato a una forma percettibilmente derivativa dei modelli inglesi più illustri, la tendenza si era acuita maggiormente con l’innesto di Lanzetti, il quale sia nel timbro della voce sia nel modo in cui la utilizzava dimostrava un debito evidente nei confronti di Peter Gabriel. Nel 1975 però, anno di uscita di “Chocolate Kings”, musiche e sonorità assimilabili per certi versi a quelli dei Genesis dei tempi migliori erano irrimediabilmente sorpassate. E’ da vedere quindi se scelte musicali del genere si sarebbero dimostrate all’altezza di un laboratorio stilistico dalla complessità e rapidità di evoluzione pari a quelle del rock progressivo.

Anche il Banco del Mutuo Soccorso ebbe la sua parentesi internazionale, anche se il suo linguaggio più personale non trovò grandi riscontri fuori dal nostro paese. Sempre la Manticore pubblicò l’LP “Banco” del 1975, con i testi curati da Marva Jan Marrow.

 

Piper Club

Facciamo un passo indietro per rievocare la fase che potremmo definire pionieristica svoltasi grosso modo tra il 1969 e il 1972, prima della stagione dei grandi concerti al Palasport. In quel periodo molti concerti romani si tennero al Piper Club. Il locale, già tempio del beat italiano e di solito adibito a discoteca, non disdegnava l’ospitare i concerti per i quali la cornice del Palasport sarebbe stata troppo capiente.

Dal mio punto di vista quello del Piper è stato senz’altro il periodo più bello, forse per via dell’entusiasmo per un’attività, appunto quella del frequentatore di concerti rock, con cui andavo prendendo sempre maggiore confidenza. In quel locale ho assistito alle esibizioni dei leggendari Van Der Graaf Generator, appena uscito “Pawn Hearts“, dei Curved Air della cantante Sonya Kristina, degli If, degli Ekseption, dei Soft Machine e anche dei nostrani Banco Del Mutuo Soccorso e Alan Sorrenti. Quest’ultimo per l’occasione, la presentazione del suo primo album “Aria“, utilizzò una formazione in cui figurava persino Jean Luc Ponty al violino, in quanto ospite di riguardo del disco in questione.

Un’altra curiosità su “Pawn Hearts”, che arrivò addirittura al primo posto della classifica italiana degli LP e vi rimase per qualche settimana.

Il Piper non era molto organizzato per eventi del genere. Quindi una volta esauriti i pochi posti sulle balconate, muniti di sedie, tutti gli altri erano costretti ad accomodarsi, si fa per dire, sul nudo pavimento. Dopo minimo un’ora, un’ora e mezza di attesa pre concerto, l’esibizione del gruppo-spalla che durava altri tre quarti d’ora, l’intervallo successivo e poi l’evento principale che spesso durava due ore o più, le terga dolevano terribilmente e quando l’affollamento era maggiore, come appunto per il concerto dei Van Der Graaf, mancava persino lo spazio per spostare il peso del corpo da una parte all’altra al fine di alleviare almeno un minimo la sofferenza.

Il frequentare concerti rock era molto appassionante, ma aveva anche i suoi lati negativi.

Il biglietto costava 1.500 Lire, che scendevano a 1.000-1.200 se si possedeva il tagliando sconto pubblicato da Ciao 2001, all’epoca la rivista settimanale che seguiva con maggiore assiduità il fenomeno della musica rock. A un certo punto arrivò a dedicare una paginetta anche al jazz, oltre a pubblicare una nutrita rubrica con le recensioni delle uscite discografiche. Per farsi un’idea, allora un LP costava tra le 3.000 e le 3.500 Lire.

Per vedere quei concerti, dato che ero molto o forse troppo giovane, e i miei quasi mai mi accordavano il permesso, ero costretto in pratica a scappare di casa con una scusa o l’altra. Tornavo poi a un’ora antelucana, grazie al notturno della Stefer che faceva le corse notturne in sostituzione del treno Roma-Lido il cui servizio allora terminava a mezzanotte e un quarto. Sulle scalette della stazione di Piramide, da dove partiva anche il bus, ci si ritrovava con i rari appassionati di Ostia e zone limitrofe, mescolati alla particolare fauna notturna che utilizzava abitualmente il servizio. Con loro si scambiavano impressioni sul concerto appena visto, ci si dava appuntamento per quello successivo e si discuteva ovviamente della musica preferita, dei dischi ascoltati di recente e così via.

Una volta dimenticai la chiave del cancello della palazzina in cui abitavo, circondata da un’inferriata piuttosto alta. Così provai ad aspettare, nella speranza che qualcuno dei vicini, rientrando, lo aprisse. Dopo una mezz’ora trascorsa invano, mi decisi a scavalcare. Ma proprio mentre ero con una gamba di qua e una di là, passa una pattuglia della polizia, che ovviamente si è fermata per chiedermi cosa diamine stessi facendo.

Ancora a cavallo dell’inferriata, spiegai che abitavo li. Poi scesi e feci vedere loro il mio cognome sul citofono. La mia giovane età e la calma che mantenni nel frangente bastarono a convincere gli agenti. Quindi non mi chiesero neppure i documenti, che peraltro non avevo.

Quando il giorno successivo al concerto a scuola parlavo di come avessi trascorso la sera precedente, ero guardato come una specie di alieno. Allora era impensabile che un alunno di terza media facesse le ore piccole in quel modo, oltretutto da solo. Del resto nessuno dei miei amici, anche se interessato, sarebbe potuto venire con me, dato che non gli sarebbe stato accordato il permesso.

D’altro canto non mi spaventava dover affrontare da solo il viaggio di andata e potenzialmente anche il concerto e quello di ritorno. La spinta nei confronti di quella musica che mi appassionava a tal punto superava ogni contrarietà, a iniziare dai sacrifici necessari a mettere insieme i soldi per viaggio e biglietto, una moneta dopo l’altra. E se la cena si saltava, pazienza. Non sarebbe stata la prima volta e nemmeno l’ultima.

A dire il vero vicino al Piper c’era Spaghetti Notte, la cui insegna, specie all’uscita del concerto, era una sirena fin quasi irrestitibile. Purtroppo in quelle occasioni nelle mie tasche restava a malapena il denaro per il biglietto dell’autobus da Via Tagliamento alla Piramide, e per quello del pullman notturno che mi avrebbe portato verso casa.

 

Pink Floyd

Per quanto fossi così giovane, se vogliamo a quel punto ero già quasi un veterano dei concerti rock, dato che il mio battesimo del fuoco l’avevo avuto l’anno prima, nel Giugno del 1971, per il concerto romano dei Pink Floyd.

Dato il grande seguito che il gruppo aveva anche dalle nostre parti, la serata si tenne in un Palasport piuttosto gremito. Tra il pubblico che affollava il parterre alcuni avevano portato un grande striscione rosa, che srotolarono quando il gruppo fece la sua comparsa sul palco. Prima di allora lo conoscevo quasi solo di nome, non avendolo mai potuto ascoltare con attenzione. Potei approfittare dell’occasione solo perché il fratello più grande dell’amico menzionato in apertura si recò al concerto e accettò di portarmi con loro, non prima di essersi sorbito le mille raccomandazioni dei miei.

Forse non riuscii ad apprezzare fino in fondo la musica eseguita dal gruppo, anche perché ci sedemmo nella gradinata posta più alto. La famigerata piccionaia, che per via dell’acustica particolare del palasport porta le riflessioni e il rimbombo di un ambiente molto poco curato sotto quel profilo a influire con l’emissione principale in maniera pesante. Nondimeno rimasi affascinato dalla musica, dall’evento e dalla sua cornice. Fu così che divenni all’istante un frequentatore accanitissimo di qualsiasi concerto si tenesse nella zona di Roma.

 

Woodstock, il film

Uno tra i motori più potenti per la prima diffusione della musica rock nel nostro paese fu il film realizzato durante il festival di Woodstock, dal sottotitolo che recitava “3 giorni di pace, amore e musica“. L’unica edizione in cui si tenne, nell’agosto del 1969, fu sufficiente a farlo diventare l’evento storicamente più importante del suo genere.

Per diversi anni, almeno fino a tutto il 1975, il film fu uno dei cavalli di battaglia per quelli che all’epoca erano i cinema di seconda e terza visione. Proprio perché la sua proiezione faceva sempre il tutto esaurito. Ricordo che all’epoca ci si organizzava per andare a vederlo come e più che se si trattasse di un evento dal vivo. Un po’ per via delle sue tre ore e passa di durata, ma soprattutto per la sontuosa carrellata di artisti che presentava, molti dei quali dalle nostre parti non si erano mai visti.

Non a caso i protagonisti del film vennero scolpiti a fuoco nella particolare “hall of fame” dei cultori italiani del genere. Fu proprio da li che Joe Cocker, Santana, Ten Years After, Who e tutti gli altri acquisirono notorietà dalle nostre parti, l’eco della quale rimase a lungo nell’immaginario collettivo degli appassionati.

Non solo tra quelli che prediligevano l’allora cosiddetto “rock duro”, il riff trascinante del brano “I’m Going Home” dei Ten Years After del chitarrista Alvin Lee fu qualcosa di epico, che si fissò in maniera indelebile nell’olimpo personale di ogni rockettaro del periodo.

Fu così che a quattro anni circa da quell’esibizione, quando i Ten Years After arrivarono finalmente a Roma nella primavera del 1973, trovarono ad accoglierli un pubblico particolarmente folto. Desiderava solo di assaporare finalmente l’emozione di una “I’m Going Home” eseguita di fronte ai suoi occhi.

 

Fischi, urla e tric trac

Non ho mai saputo quali criteri regolino la scelta di quelli che una volta si definivano gruppi spalla, incaricati di aprire la serata e riscaldare l’atmosfera per l’attrazione principale.

A volte si rivelavano persino superiori a quest’ultima, cosa per certi versi controproducente ma foriera di sorprese molto interessanti per il pubblico. Altre invece la scelta si rivelò del tutto fallimentare per il motivo opposto. Ossia per l’assoluta incongruenza rispetto ai gusti del pubblico convenuto.

Per quella tournée i Ten Years After scelsero, o gli furono assegnati, i Supertramp. Che però erano ancora ad alcuni anni di distanza dai loro successi, benché stessero già mettendo a punto la loro formula finto-progressivo gne gne gne, con quel pianofortino petulante, e i falsetti di un infantilismo che non ho mai digerito. Profezia affidabile del processo di idiotizzazione di massa che sarebbe iniziato di lì a poco. O forse era già in atto.

Se quella roba in un’epoca ormai alle soglie del riflusso avrebbe trovato il suo pubblico, nel 1973 non era proprio aria.

Meno che mai presso un uditorio interessato esclusivamente alle scorribande chitarristiche di un Alvin Lee che alla resa dei conti si dimostrò alquanto meno in vena del prevedibile, basandosi le attese sull’esibizione immortalata dal film di Woodstock.

Fu così che, a partire dalla terza nota eseguita dai Supertramp, tutto il pubblico di un Palasport riempito a dovere inscenò fin quasi una rivolta. Iniziò a fischiare e a dare in escandescenze nel modo più sonoro possibile. Che in un ambiente così riverberante riusciva a sovrastare agevolmente anche l’impianto più poderoso, come quello approntato per gruppi del calibro dei Ten Years After.

Insomma ai Supertrtamp fu letteralmente impedito di suonare. Tennero duro per una mezz’ora circa e poi si arresero, in quella che con ogni probabilità è stata una delle serate peggiori della loro carriera. Qualcosa che davvero non si augurerebbe a nessuno. Il pubblico romano è pronto a tributare gli onori più grandi ai suoi artisti preferiti, come ad esempio con il lungo Alé-Oo dedicato ai Manhattan Transfer. Ma se poco poco non lo soddisfi come si aspetta, è capace di massacrarti seduta stante e dare i tuoi resti in pasto ai leoni del Colosseo.

Non è accaduto solo ai Supertramp o meglio al loro pallido ma verosimile preambolo, da parte di una masnada di rockettari infuriati che volevano sentire solo una chitarra distorta dalle corde tirate allo spasimo e suonata alla massima velocità concepibile in quegli anni, ma persino agli Steps Ahead, un paio di decenni più tardi. Da parte di un pubblico che si sarebbe immaginato ben più maturo, competente e disponibile, sia pure nei confronti di modalità espressive non del tutto in linea con le sue attese.

Ciò avvenne nell’esibizione romana di quella che si potrebbe considerare la loro terza incarnazione, con Bendik al sax e Jimi Tunnel alla chitarra. Proprio in un brano notevolmente ispirato e composto da quest’ultimo, che però aveva il torto di differire parecchio dallo stile tipico del gruppo, per via della sua impronta melodica, il pubblico si lasciò andare a una salva di fischi che ancora una volta sovrastò l’emissione dell’impianto PA, per terminare soltanto alla fine del brano. Quelli successivi, comunque, più in linea con la tradizione del gruppo, furono applauditi con entusiasmo.

Tempo dopo, parlando con Mike Mainieri in un altro suo concerto romano, feci riferimento all’accaduto, stigmatizzandolo. Non so se per cortesia o altro, anche lui disse di ricordare l’accaduto. Forse perché in altre occasioni il pubblico avrà lo stesso manifestato il suo disappunto nei confronti di quel brano. Tuttavia sono pronto a scommettere che lo abbia fatto in maniera molto meno rumorosa del pubblico romano, che quando vuole sa essere di una cattiveria unica. E soprattutto non guarda in faccia a nessuno.

Un evento del genere, o meglio più simile a quello dei Supertramp, accadde al compianto Dick Heckstall Smith, glorioso sassofonista dei Colosseum, quando col suo gruppo aprì per Pat Metheny. Si sarebbe portati a pensare che il pubblico del chitarrista statunitense sia più riflessivo e dotato di ben altra tolleranza. Eppure anche quella volta il povero Dick fu subissato dai fischi di un Palasport ancora una volta strapieno, per tutta la durata della sua esibizione.

Credo di essere stato poche volte così in disaccordo con il pubblico in mezzo al quale mi trovavo, al punto di detestarlo. Quella volta sarei voluto salire sul palco per gridare a quella massa di incompetenti cosa pensavo di loro e dei loro modi da buzzurri.

Uno come “lo zio Dick”, così era soprannominato dai tempi in cui militava nella Graham Bond Organisation per via del suo aspetto diversamente giovanile, non avrebbe mai meritato una simile accoglienza. Ho sempre pensato che chi si è comportanto in modo tanto sprezzante non sapesse neppure chi fossero i Colosseum e quello che hanno rappresentato nell’evoluzione della musica rock e della sua commistione col blues e col jazz.

Credo però che il record dei più fischiati in assoluto, almeno dal pubblico romano, sia da attribuire agli Henry Cow. La loro oltretutto è sempre stata una musica ostica, per quanto capace a volte di toccare vette di lirismo inconsuete.Era formato da musicisti eccellenti, virtuosi del proprio strumento come Fred Frith, Tim Hodgkinson e Chris Cutler, per non parlare dell’inserimento di Lindsay Cooper a oboe e controfagotto, strumenti inconsueti per la musica legata sia pure alla lontana con il rock. E’ stato anche il gruppo più privo di mezzi della storia, malgrado abbia dato origine alla corrente più tardi definita RIO, Rock In Opposition, o forse proprio per quello.

Non avevano neppure un impianto luci e quindi illuminavano il palco con delle abat jour che gli conferivano un’aria singolare e raccolta, a metà strada tra un caffé bohémien e una bottega di rigattiere.

La loro musica del resto, improntata a uno sperimentalismo a volte estremo, non faceva nulla per andare incontro ai gusti del pubblico. Malgrado ciò trovarono nel nostro paese una buona accoglienza, inizialmente nei concerti organizzati dai partiti politici. In particolare da quelli che erano ancora di sinistra, cosa allora piuttosto comune a sostegno delle loro campagne, e dal Partito Radicale che dal canto suo segnò una stagione memorabile coi suoi minifestival di un giorno che si tenevano a Piazza Navona, organizzati a fiancheggiare la sua azione a favore dei diritti civili. Il più memorabile fu quello che vide esibirsi appunto gli Henry Cow insieme a Robert Wyatt e poi i Gong, ma ne ricordo diversi altri molto belli.

Quelle iniziative ebbero il merito di permettere a molti gruppi italiani meno noti di mettersi in evidenza. Tra di essi ricordo i jazzistici e bravissimi Bauhaus, tra i miei preferiti in quel momento.

Infine anche il pubblico comprese la bellezza introversa della musica degli Henry Cow. Così da un certo punto in poi smise di fischiare e iniziò ad applaudire, anche in maniera convinta, sopportando nel silenzio che meritavano anche i loro brani più ostici .

Di loro tra i tanti ricordo in particolare un concerto eccezionale al teatro Palladium, nel 1977, quando nell’organico del gruppo figurava anche la cantante Dagmar Krause, ma anche un’esibizione di un paio di anni prima, con la quale aprirono per i Napoli Centrale del sassofonista James Senese. In quel momento il gruppo partenopeo si trovava nella fase culminante della carriera, quella segnata dal successo, anche di classifica, di “Campagna“, brano di apertura del suo primo LP. Il pubblico convenuto in quella serata era lì per ascoltare proprio quel brano e come al solito rumoreggiò per tutta la durata dell’esibizione degli Henry Cow.

Si tratta di un gruppo che personalmente è stato tra i miei preferiti fin dai suoi esordi, in particolare per i tre album con la copertina raffigurante un calzino su sfondi di colore diverso, nei quali hanno esplorato a fondo le possibilità della loro commistione tra un rock lasciato molto sullo sfondo, un jazz spesso sbilenco e dosi molto robuste di avanguardia e sperimentalismo.

 

 

 

 

 

 

 

Roba, insomma, che nel 1973-1974 non ascoltava nessuno. Giusto un pazzo come me, che destinava i pochi soldi raggranellati solo all’acquisto di dischi e biglietti di concerto. A quei tempi apprezzavo parecchio il discorso intrapreso dalla Virgin, etichetta che in seguito sarebbe diventata una major ma della quale la Ricordi ristampava i dischi più interessanti, come quelli del Canterbury Rock, altro oggetto allora sconosciuto. Fra tutti, quelli degli Hatfield And The North.

Per tornare ai Ten Years After, il giorno dopo l’affondamento dei Supertramp riascoltai la cassetta ricavata via microfono e Philips K7 del loro concerto che non mi aveva soddisfatto per nulla. Fuori dall’atmosfera del Palasport mi sembrò ancor peggio della sera prima. Così promisi a me stesso che da allora in poi non avrei più ascoltato rock duro.

Promessa cui ho sempre tenuto fede e non mi sono mai pentito.

 

 

 

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2 Comments
  1. Reply Marco Vallerga 28/07/2017 at 3:49 pm

    Che bell’ articolo Claudio!

    Leggendolo ho rivissuto momenti dimenticati. Non siamo coetanei ma nemmeno molto distanti, io sono nato alla fine del 1961 e quando parli di quei programmi radio-televisivi li ricordo tutti.
    Erano i tempi delle scuole medie, l’ età in cui musica e maturità iniziano ad andare a braccetto in un percorso che, nel caso di gente appassionata come noi, non finirà mai.
    “Pop-Off” lo ascoltavo a letto con l’ auricolare della radiolina a pile Philips :D, dopo qualche brano mi addormentavo e mia madre veniva sempre a spegnerla, la ritrovavo al mattino sulla scrivania. “Avventura” se non sbaglio andava in onda all’ ora di cena, ricordo bene le sigle musicali perche piacevano anche ai miei genitori e le asoltavamo spesso ma del contenuto della trasmissione non mi interessavo, ero troppo giovane. “Speciale per voi”, invece, lo seguivo, complice l’ ora tarda in cui potevo disporre dell’ unico televisore di casa e l’ età un po più matura (un anno può equivalere ad un secolo nell’ adolescenza).
    Molto più avanti sarebbe arrivata un altra storica trasmissione della Rai, “stereonotte”, avevo una ventina d’ anni e gusti musicali più formati e piuttosto ampi e quel manipolo di DJ specializzati ognuno nel suo ramo mi fecero conoscere tanta di quella musica che sono loro grato immensamente ancor oggi.

    Beato te che hai vissuto quegli anni in una città come Roma, i concerti, i locali alternativi, i negozi di dischi… Raccontati con la capacità dello scrittore professionista sono stati una lettura veramente gradevole, io che sono cresciuto in provincia ricordo bene il “perbenismo” di cui parli e l’ ostracismo verso il “diverso”, il “capellone”, l’ anticonformista. Una mentalità ristretta che si è trascinata a lungo nella società (soprattutto in provincia) anche dopo che la tv di Stato Italiana ha tentato di uniformarsi a quelle del Nord Europa sdoganando gli stili di vita alternativi che si erano diffusi in quegli anni.
    Mi ha fatto piacere leggere tanti nomi di gruppi e musicisti Italiani detti “minori” che per me sono sempre stati, in realtà, “maggiori” 😀 , tante di quelle ristampe Giapponesi del prog Italiano di cui parli stazionano nel mio hard disc da una vita, idem tanto Rock poco conosciuto alle masse che è di qualità superiore, musicalmente e per contenuti, a quello ristampato incessantemente dalle case discografiche da allora ad oggi.

    Che dire, Claudio, se non ringraziarti per l’ ennesima bella lettura che ci hai regalato? 😉 🙂

    • Reply Claudio 28/07/2017 at 8:22 pm

      Caro Marco, innazitutto grazie a te. Del commento e delle belle parole che hai voluto usare nei miei confronti.
      Ricevere commenti simili dà la forza di andare avanti, sia pure tra mille contrarietà e incomprensioni.
      Sei stato fin troppo generoso a ricorrere a un’espressione come scrittore professionista. In realtà sono solo un imbrattacarte, che però scrive senza mediazioni quello che gli viene dal cuore, invece che con l’artificiosità tipica del dover compiacere a ogni costo, usuale nel mondo della stampa.
      Per il resto si può credere che la vita a Roma sia chissà che, ma poi ti accorgi che malgrado presenti sé stessa come una grande città, in realtà è solo un agglomerato di paeselli, che però si chiamano quartieri, dove s’incontrano le stesse piccinerie della provincia. Solo abbinate a tanta falsità, doppiezza e faccia tosta in più. Poi, certo, a Roma ci sono stati eventi che dalla provincia sarebbe stato più difficile o addirittura impossibile raggiungere. A questo riguardo posso dire che ho cercato di non lascirmi sfuggire alcuna occasione per assistere all’esecuzione dal vivo della mia musica preferita. In questo senso la nostra generazione è stata molto fortunata a vivere l’epoca di gran lunga più bella, in una misura che gli appartenenti alle generazioni successive possono comprendere solo in parte. Allora, oltretutto, certe cose sembravano del tutto normali, solo in seguito abbiamo iniziato a renderci conto del significato e dell’eredità irripetibile di quegli anni.
      Così ho deciso di provare a raccontarne i fatti che mi sembrano più importanti, così come mi riesce.
      Ancora grazie e alla prossima.

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